La danza che racconta – Rosita Ferrato
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La danza che racconta

La gioventù, la forza, la gioia, la disperazione. All’imbrunire, giocata in spazi diversi, con i tetti di Tunisi intorno e la moschea Zitouna alle spalle. Tutto questo si esprime con la danza.
Un gruppo di ventenni ballerini, con la loro fisicità, sprizzano energia. L’essere giovane a Tunisi, con tutto quello che ne consegue: le speranze, la disoccupazione, l’amore, le paure, la solitudine.

iMédine, da leggere I (io in inglese) e Médina, del coreografo Serge Aimé Coulibaly è uno spettacolo intenso. Una performance che si sposta, con i suoi protagonisti e assieme agli spettatori, in spazi diversi dell’Asfouria, un luogo incastonato nella bellezza. Il pubblico, guidato dagli addetti di Dream City Tunis, si muove con loro, e la musica – forte, intensa, potente come la danza – quasi non si sente: si è rapiti dai gesti, le espressioni del viso, dagli occhi neri intensi. Quindici danzatori, pantaloni lunghi e il torso nudo coperto solo da una giacca, fisici asciutti, agili e potenti.

iMédine è una metafora, che diventa sempre più intensa e a tratti talmente forte da essere toccante. Come quando, in uno spazio con una rete, i ballerini si mettono a smuoverla, a scuoterla, le dita intrecciate dentro alle maglie come per abbatterla, immagini di mani come tante volte le abbiamo viste: nelle foto, nei reportage, nei telegiornali. Giovani uomini che vogliono uscire da una prigione, da una situazione che va loro stretta. Sono pieni di vita, di forza,di sogni e dopo momenti di disperazione torna la danza. Dopo i momenti difficili torna l’amore, la bellezza, la speranza.
45 minuti di movimento, di coreografie, evoluzioni, sempre corali, sempre diverse, dall’energia inesauribile.
Finchè si scende nelle ultime stanze della corte, dove i ragazzi intonano Bella Ciao e tutti cantiamo con loro. Alla fine la voglia di vivere vince.

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