Viaggio nel Mare Nostrum – Rosita Ferrato

Viaggio nel Mare Nostrum

“Mediterraneo, dal latino Mediterraneus medius medio, terra, cioè che sta fra le terre, quasi un continente. Il Mare Nostrum è uno spazio dove si avventuravano marinai e conquistatori. Fra Africa, Europa e Asia Minore, nell’antichità luogo di passaggio, di intensi scambi commerciali, teatro di avvenimenti, lotte ed egemonia, luogo di brame di conquista, pericoli e ovviamente di viaggi”. Così la studiosa Alia Baccar Bournaz ha introdotto la conferenza inaugurale del ciclo Variation mediterranées. Nella biblioteca diocesana, nel cuore della medina di Tunisi.

“Il Mediterraneo invita al viaggio” ha esordito “un viaggio dello spazio e del tempo. Esploratori e avventurieri, invasioni, alleanze, scontri e combattimenti, hanno creato inevitabilmente delle similitudini fra le due rive. Contaminazioni fra popoli, un trasferirsi identitario, immaginario, culturale. Protagonisti la Spagna andalusa, l’Italia, il Portogallo, civiltà musulmane e cristiane; le lingue: il portoghese, il catalano, il provenzale, l’antico tunisino, il siciliano, il turco. Il mondo dell’antichità era un mondo marittimo, fatto di geografia, fantasia, scambi linguistici con parole che si trasferiscono da un popolo all’altro. Come bottarga (dal greco bizantino abotarikon, in arabo abotarik), tunica (dal latino, parola di origine semitica, cabane, gabbana, cappotto); aguzzino (dal catalano alguzier e questo dall’arabo al wazir ministro sec XV).
Era un mondo di pesca, di navigazione, quindi feluca (dall’arabo faluka, attraverso lo spagnolo falca); azimut (dallo spagnolo antico acimut, dall’arabo as Sumut), almanacco e tanti altri ancora.
Ci sono riferimenti all’immaginario, a terre lontane, alla fantasia. Parole arabe entrate nel vocabolario francese e italiano: come sultano, serraglio, babbuccia, sofà; parole arabe francesizzate, come le cid (dall’arabo sayyd, in spagnolo cid, uomo forte e valoroso).
Due uomini comunque incarnarono un legame mai interrotto tra le due rive del Mediterraneo, racconta ancora la studiosa, i primi ad avere gettato un ponte fra le civilizzazioni: Anselm Tulmeda, diventato Abdallah Targiuman, e al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan al-Fassi, detto Leone l’Africano.

Anselm Turmeda, in seguito alla conversione all’Islam ‘AbdAllâh at-Targiumân, fu frate francescano maiorchino del 1300, si convertì all’islam e visse da musulmano in Tunisia. Fu uno dei pochi autori del medioevo ad avere composto le proprie opere sia in lingua araba sia in catalano. È sepolto nella medina di Tunisi, nel souk dei sellieri, la sua tomba ha due iscrizioni, una in spagnolo e una in arabo.

L’altro: Leone l’Africano. Nasce a Granada, studia a Fez, in Marocco, all’Università al-Qarawiyyn. Viaggia in Africa, in Asia, nel 1517 viene catturato dai corsari siciliani, tenuto prigioniero a Roma, a Castel Sant’Angelo, i suoi carcerieri impressionati dalla sua cultura, lo portano dal papa Leone X, dal quale, convertito al cristianesimo e battezzato, prende il nome. Insegna arabo, viaggia a lungo in Italia, a Bologna scrive un vocabolario medico arabo-ebraico-latino, di cui la parte araba è sopravvissuta fino ad oggi. Grande uomo di lettere, scrive per il papa Cosmografia dell’Africa, in cattivo italiano ma con note in arabo. Stampato a Venezia e diffuso in Europa, il manoscritto viene tradotto in diverse lingue. Nell’opera di Leone l’Africano il Mediterraneo è una fonte enorme di conoscenza: il narratore descrive cosa vede come un testo storico e scientifico senza una parte intima, prevale la chiarezza di narrazione, le descrizioni sono ricche e precise, e il testo rimane un riferimento fino ai giorni nostri. “Muore a Tunisi, dove si dice si fosse riconvertito all’Islam –
racconta ancora la studiosa – La sua tomba però qui è introvabile: persino lo scrittore Amin Maaluf che ne ha scritto la biografia è venuto a cercarla, ma senza successo”.

L’incontro si chiude con un riferimento ai giganti dell’epica. Che il Mediterraneo sia un luogo che lega le rive, che siano storie d’amore o di guerra, che i protagonisti siano i greci, gli italiani, i romani o i tunisini, la studiosa cita su tutti due testi e due poeti: Omero e l’Odissea, Virgilio e l’Eneide.

Articolo di Rosita Ferrato pubblicato sul numero di Febbraio del Corriere di Tunisi (scarica l’articolo)

Sorry, the comment form is closed at this time.

top