Quando arrivai per mare… Tunisi – Rosita Ferrato
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Quando arrivai per mare… Tunisi

Il Dah Dah, il Luna Park, è nel quartiere chic Berges du Lac, estensione urbana della capitale, dove il sabato e la domenica le coppiette vengono a passeggiare sul lungolago tenendosi per mano, le famiglie si cercano un caffè chic dove rilassarsi, e chi ha voglia di farsi un po’ di shopping nelle belle boutique ha l’imbarazzo della scelta. Ci sono poi ragazzi e ragazzini, ma loro vengono qui per un altro motivo: il divertimento.

Il Dah dah, il luna park è uguale a tutti quelli del mondo, anche a colpo d’occhio. C’è lo zucchero filato, il celebre barbe a papa color rosa acceso (si chiama così in francese, lo sapevate? ecco da dove arriva il nome del cartone), i calci in culo, le giostre con i cavallucci per i più piccoli a quelle da brivido per i più temerari; gli autoscontri, gli elefanti volanti, la ruota panoramica. Il luna park qui è esattamente come da noi, ragazzini compresi, con bar che vendono cibo per adolescenti (panini, patatine, bevande gassate), anche se gli hot dog li chiamano merghes e non sono di carne di maiale.
Ti accorgi di essere a Tunisi per le scritte dei cartelli in arabo e dalle piccole differenze, come un velo: sul “Terminator” salgono solo adolescenti in cerca di emozioni, e tra questi osservo una giovane nella prima fila. Come tante sue coetanee indossa un foulard; il suo è rosa, leggero, grazioso, come il suo viso delicato. Seduta con altri coetanei, sta lì sulla giostra, protetta da una barra metallica, aspetta che il gioco inizi, la sua espressione tradisce eccitazione e qualche inquietudine.
Il macchinario infernale inizia a muoversi, gli spettatori si divertono anche loro, a vedere le espressioni di coloro che si sono volontariamente sottoposti a quel tipo di ludica tortura. La ragazza si tiene forte, asseconda i movimenti del Terminator, che prima oscilla piano, poi si scatena in scossoni, giri e sobbalzi. Urla quando il macchinario si ribalta, tira un sospiro di sollievo quando il movimento rallenta o per qualche istante si placa. Il suo velo svolazza folle, segue gli scossoni, le discese e le salite, le copre il viso, mentre lei ride o grida, tesa dalla paura nei finti giri della morte.

Tunisia varie

Taxi 16/1
E poi succede anche questo. Di essere su un taxi, in una sera di pioggia, e di avere la strada sbarrata dai blocchi della polizia. Un gruppo di ragazzi incappucciati sta scappando via, sciamando, correndo; volano pietre e insulti, e il traffico si paralizza. E’ una manifestazione di protesta della gioventù tunisina, con scaramucce, malcontento, grida contro il governo. Chiedono lavoro e dignità; la disoccupazione, la consapevolezza che la rivoluzione, secondo loro, ha peggiorato le cose. A Tunisi, di questi cortei ce ne sono: e in genere la polizia li blocca, non attacca, ma li argina.

Il traffico è fermo, e in una sera così l’accesso alla media è sbarrato, le strette vie chiuse da ogni parte; non resta che provarci, e dopo un’ora in cui si gira in tondo rassegnarsi, aspettare oppure girare i tacchi e tornare indietro.
Anche altre volte ho assistito ad una protesta popolare, a Tunisi: un giorno ero a casa mia, dal terrazzo ho visto una piccola folla, questa volta non solo ragazzi arrabbiati, ma adulti e donne. Persone che dopo aver percorso l’avenue Bourguiba, il grande corso principale, in piccoli cortei, gridavano le loro ragioni; erano arrivati alla Bab Bahr, la Porta del Mare, sulla piazza principale, e lì erano stati fermati dalla Polizia. Cercavano di superare l’arco, e il timore degli agenti era che con l’ingresso nella città araba avrebbero potuto spaccare vetrine del bazar e fare disastri. Non erano tantissimi, come ai tempi della rivoluzione del 2011, ma molti erano d’accordo su un punto: si stava meglio quando si stava peggio, sotto Ben Alì. Nelle loro voci, i soliti slogan: alla fine sono poche le cose che vogliono i tunisini: Lavoro e Libertà.
Di proteste a Tunisi ce ne sono e ce ne saranno: gente che dorme fuori dalla porta dei ministeri per essere ascoltata, studenti che manifestano davanti al bel teatro in stile liberty su Rue de France alzando cartelli e intonando slogan.
La città è costantemente sorvegliata e piantonata da esercito e Polizia. Quando tutto è tranquillo, gli agenti, sempre in forze nei punti strategici come a Bab Bahr, fermano le persone a campione per un controllo dei documenti; a volte si vede qualcuno in manette, e anche sui giornali si legge spesso di arresti per terrorismo, nella capitale e in tutto il paese.

Quando capita qualcosa è una sensazione che si percepisce subito nell’aria. Ci si sveglia un mattino, si scende in piazza per un caffè e si sente che l’atmosfera è diversa, tesa. La Polizia è nervosa, ce n’è tanta, troppa. Come il 4 giugno 2016, quando ci dissero che si erano verificate violente proteste a Douze (Governatorato di Kebili), scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e l’incendio della sede municipale e della caserma della Guardia Nazionale, con assalti a sedi di compagnie petrolifere. Improvvisamente sulla città era scesa una cappa di piombo.

In preda a questi pensieri, io intanto sono sul taxi, sotto una pioggia battente e con un conducente per nulla impaurito dalla situazione, che invece di parlare di politica cerca di distrarmi, insegnandomi nuove parole in arabo. Ogni stretta strada della medina che l’auto cerca di imboccare ha uno sbarramento; siamo sempre bloccati, nel cuore della città non si entra, e alla fine, anche sfinita dal mio improvvisato e non richiesto professore di lingua, decido di scendere dal taxi e proseguire a piedi, nel buio, sotto la pioggia, ma di tornare a casa. Succede anche questo; a Tunisi in una sera di pioggia.

Fumo
I tunisini fumano molto. Non c’è praticamente bar o ristorante dove non sia consentito (o almeno ci sia un’area fumatori). Fumano sigarette, ma anche la chicha, il narguilè, dai profumi aromatizzati: il cameriere scalda le braci, prima di passarlo al cliente tira bene perchè il fumo arrivi nel bocchino. A volte, nei caffè nelle zone chic della capitale, capita che anche le ragazze lo richiedano, ma in genere sono gli uomini. Nell’aria allora senti un aroma dolciastro, e quella tipica tosse da fumatore, che qui hanno in tanti.

Rosita Ferrato

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