Quando arrivai per mare… Imbarco – Rosita Ferrato
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Quando arrivai per mare… Imbarco

Quando arrivai per mare…” è il racconto di un mio breve viaggio in Tunisia, che stavolta inizia in traghetto.

Da Tunisi andrò a Sousse, El Jem, Madhia e Sfax, guidando per le strade del paese.

Genova – Tunisi

Certo, ci vuole pazienza. Le lunghe attese consentono conoscenze e belle chiacchierate, ma alla lunga sono snervanti. L’esperienza del tragitto in nave è da fare, anche solo per esigenza di cronaca, ma per quanto mi riguarda, una volta sola nella vita è sufficiente. Non tanto per le lunghe ore sulla nave, che trascorrono con piacevolezza e in compagnia (chissà perchè hanno tutti una gran voglia di socializzare), quanto per le lunghe attese di burocrazia, di discesa nei garage, di sbarco e imbarco. Lunghe lunghe, e inevitabili code.
La prima è a Genova: suggerito arrivo 4 ore prima, poi la fila per i documenti in attese disordinate (all’italiana, alla araba? una faccia, una razza), ma alla fine ci si imbarca, e con solo quaranta minuti di ritardo, si salpa.
È una bellissima giornata di sole, i più stanno sul ponte per goderselo, mentre all’interno, la nave si trasforma: il caffè del ponte principale diventa in pochi istanti un grande caffè tunisino, con uomini che fumano sigarette e perfino la chicha, il narguilè tanto in voga a Tunisi; vi sono carte buttate ovunque, tazzine, bicchieri di carta, mentre le donne e i bimbi sono già relegati nelle cabine. Europei pochissimi. Qui sono tutti tunisini, spesso famiglie intere, che tornano nel loro paese per le vacanze.
Il mare è una tavola, il traghetto accogliente, ci vorranno 24 ore per arrivare; ho la fortuna di incontrare un collega, ci facciamo compagnia e la traversata passa, piacevolmente.

Sbarco a Tunisi

L’uscita dalla grande nave si svolge in modo organizzato. Sul cosa sarebbe successo dopo mi avevano messa in guardia, anche spaventandomi un po’. “E’ un incubo” mi aveva detto il giornalista, mio compagno occasionale di viaggio, che già conosceva la procedura. “Per le pratiche calcola 2 ore” , prospettando scenari infernali di ogni tipo, episodi reali e kafkiani. “Intanto, se l’auto non è intestata a te, ti bloccano. Devi dire alla persona che ti mandi un documento ecc ecc ecc…”
E poi ti smontano la macchina. Ti fan tirare fuori tutto. E poi, ci sono timbri, sportelli, problemi…” Aiuto!
Fortunatamente, e nonostante le fosche previsioni, io me la cavo in fretta (2 ore), e non si verifica niente di apocalittico. Che ci siano sportelli, timbri, documenti sì, oltre a file di auto lasciate parcheggiate e incustodite e una corsa furibonda a chi arriva prima a mettersi in coda davanti a funzionari scortesissimi e dall’aria annoiata.

Guichet (ovvero sportello) n. 1,2,3, si corre da uno all’altro. Assisto a scene di crisi di nervi: una donna europea, madre di una bimba piccola, esasperata, si mette a piangere dopo essere stata rimbalzata per mezz’ora da uno sportello all’altro. Mi faccio forza e affronto anche questo passaggio.
Primo: passaporto, carte grise (libretto), e moduli vari. In coda trovo un signore tunisino (che credo che abbia fatto di quell’attività un lavoro) si offre di aiutarmi; me li compila lui i vari fogli (previa lauta mancia). Acquisto di una marca da bollo (timbre) da 30 denari (15 euro) una sorta di tassa di entrata. Timbro.
Ce la faccio relativamente in fretta. Ora posso andarmene: corro allora alla macchina, chiusa e abbandonata in fila. Avanzo di qualche metro, poi mi accorgo di essere bloccata dai veicoli di altri pellegrini ancora impigliati nella burocrazia dei tre sportelli. Mi rassegno, mi siedo in auto; tempo di attesa: un’altra ora.
Sbloccata di qualche metro, ulteriore passaggio doganale: perquisizione baule. Per una giornalista “chic” e dall’aria svaporata, il controllo è blando, mi si legge in faccia che non ho niente da nascondere. “Ha solo vestiti, Madame?” mi chiede il poliziotto con aria divertita. “Oui oui, vestiti e scarpe. Et c’est tout, tutto qui”; mi lascia partire.

Mi allontano, finalmente libera! Nello specchietto retrovisore guardo indietro, alle file, vedo il mio collega ancora lì, la macchina strapiena di roba, lo saluto col pensiero e lascio la dogana. La persona venuta a prendermi, poveretto, mi ha aspettata alla Goulette per ore, e ora mi saluta sollevato, di vendermi sana e salva, e automunita.

Rosita Ferrato

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