Rosita Ferrato per Torino Donna – Rosita Ferrato
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Rosita Ferrato per Torino Donna

Contributo di Tatiana Zarik, Madrina 2.0 di ‪#‎justthewomaniam

Manca poco all’evento Torino Donna 2015, la corsa in rosa più famosa d’Italia dedicata alla Ricerca Universitaria sul cancro, che si svolgerà la prossima domenica 8 marzo in Piazza San Carlo a Torino. Un’opportunità per riflettere sull’attuale ruolo della donna nella nostra società, soprattutto attraverso le testimonianze dirette di alcune donne di spicco del territorio torinese. Noi abbiamo scelto di raccontare Rosita Ferrato, giornalista, scrittrice, reporter, che ha avuto il merito di fondare, proprio nel capoluogo piemontese, “Il Caffè dei Giornalisti“, la versione italiana della Maison des Journalistes di Parigi.
“Il caffè – ha spiegato Rosita – è posto dove incontrarsi, ritrovarsi e stare insieme, condividere commenti ed emozioni; da cui uscire sempre un po’ arricchiti e con nuovi spunti su cui riflettere e magari costruire percorsi nuovi. Dalla sua nascita, nel 2012, l’associazione ha proposto diverse iniziative. Per parlare solo dell’ultimo autunno, abbiamo avuto con noi il reporter Giordano Cossu, col suo progetto multimediale sul Ruanda (ha vinto il giorno dopo il Prix Italia: evidentemente gli abbiamo portato bene!) assieme al direttore della Stampa Mario Calabresi; e a novembre, con l’Università di Torino, abbiamo organizzato la rassegna Voci Scomode, parlando di Ilaria Alpi, ma anche ospitando due giovani e coraggiosi giornalisti -uno azero e l’altra cecena- con la Maison des Journalistes, nostro partner, e allestendo al Campus Einaudi una mostra di vignette sulla libertà di stampa, definita recentemente da Radio 1 “profetica”per i tragici eventi di Parigi”.

Perché la scelta di fondare il Caffè e cosa significa per te Creare?
Con il Caffè ho unito insieme i miei diversi lati sotto un unico “cappello”. Con il Caffè metto insieme il creare “incontri” e occasioni di confronto con persone competenti e umanamente ricche. In fondo creare è concedersi uno spazio per esprimersi: è perdersi nelle città per trovare dei volti, delle viuzze, per catturare la luce in una foto; è sedersi su una panchina con penna e taccuino e scrivere, seguendo l’ispirazione del momento e immobilizzando su una pagina qualcosa che colpisce. Creare è incontrare le persone, ascoltarle, scrivere delle impressioni che vanno aldilà di un’intervista. Creare è la passione che prende quando si scrive un pezzo, non importa se a casa con tranquillità, o seduta dove si può, incurante del tempo, oppure per una redazione, con l’adrenalina dei tempi giornalistici. Ed è anche dare sfogo ad una parte “selvatica” come quando , su una parete di casa nascosta mi metto a scrivere, scarabocchiare, disegnare: con le matite colorate o con un gessetto in mano, pasticcio, mi sfogo, magari con la musica nelle orecchie: anche senza un gran talento, do voce all’energia che ho dentro.

Cosa significa per te essere una donna al comando e ambasciatrice di un progetto tuo? Cos’è per te la leadership?
Donna al comando? E’ sempre e ancora argomento complesso. Avere ascolto è più facile quando si è uomo, e questo lo noto in situazioni molto semplici, anche solo alla riunione di condominio! Ma la forza di un’idea, di un progetto, si fa strada da sé: essere a capo di un’esperienza fortissimamente voluta come il Caffè dei Giornalisti mi riempie di orgoglio, mi dà la spinta per cercare di fare sempre di più e sempre meglio. E un capo su questo deve saper lavorare. Credo ci sia una leadership più accentratrice e poco delegante, e dialogante, che alla lunga rende chi è al vertice schiacciato dalle responsabilità e dalla solitudine; poi ce n’è un’altra che coinvolge la squadra, si circonda di gente in gamba e vive dinamicamente, e più felice. Sono pigra – ha ammesso ridendo – quindi anche per questo il secondo tipo di capo mi piace di più: si raggiungono i migliori risultati se si uniscono tante buone energie!

Il Tuo modo di guardare e raccontare luoghi, fatti e persone. Quanto e Come il tuo essere donna influenza le domande, le ricerche, il tuo lavoro.
Dicono che generalmente le donne siano molto empatiche, capaci di capire meglio la persona con cui si stanno relazionando: credo che questo sia profondamente vero. Come giornalista, cerco di mantenere un distacco professionale dalle vicende umane che racconto o almeno non venirne travolta: ho lavorato diversi anni per l’agenzia Redattore Sociale e a volte mi sono trovata in situazioni coinvolgenti e delicate, ed è lì che ho cercato di imparare a mettere una sorta di filtro salutare tra me e la realtà, per meglio rispettarla e riportarla.

Sei mai stata discriminata o favorita per il fatto di essere una bella donna?
Diciamoci la verità: essere una bella donna aiuta! Nelle relazioni, rende sicuramente gli approcci più semplici. Il rischio forse è di dare meno importanza ai contenuti, ma basta chiarire per aggiustare il tiro, perché non bisogna mai illudersi che l’apparenza possa bastare. L’esperienza di donne belle e preparate ci insegna che anche trattando temi leggeri non si debba essere automaticamente una Vispa Teresa – ha dichiarato ridendo – e le buone teste arrivano sempre ad ottenere un giusto spazio.

Ti definiresti femminista? C’è chi parla di femminismo tradizionale e femminismo individualista, secondo te è anacronistico parlarne? O è un concetto che va rivisto?
Non amo molto la parola femminista, anche se rispetto la storia di tante rivendicazioni necessarie: troppo spesso si è trasformata in una definizione cristallizzante; credo molto nella pari dignità fra uomo e donna, ma amo la diversità e la distinzione dei ruoli. Che la donna sia molto donna e che l’uomo sia molto uomo, questo è quello che vorrei, e che insieme si sia complici, compagni, anche e forse proprio perché estremamente differenti. Sembra banale ma non è tanto facile…

L’hashtag di questa edizione di TorinoDonna è #backtomyself cosa ti evoca questa frase, cosa significa per te?
A volte anche noi donne ci perdiamo: per mille motivi… siamo esposti tutti ad un sovradimensionamento del dover fare e del dover apparire. Tornare a me stessa vuole dire riprendermi quello che davvero è importante, allontanandomi. È forse un paradosso, ma funziona sempre. Anche per questo amo viaggiare.

Fonte: http://www.custorino.it/NewsSelezionata.aspx?LV=0&ID_COMUNICATO=7371&ID=159

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