Gente di Baghdad – Rosita Ferrato

Gente di Baghdad

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Un giorno una mia amica mi disse: ti dono un libro, so del tuo interesse per l’Iraq, leggilo. Un libro del 2003, intitolato Gente di Baghdad, (sottotitolo : Una donna racconta la vita quotidiana in Iraq), e in questi giorni in cui laggiù per l’ennesima volta si vive l’inferno, l’ho finalmente preso in mano. L’autrice è Nuha al Radi, donna colta facente parte dell’aristocrazia irachena. Studia a Londra, insegna all’Università americana di Beirut, è ceramista, pittrice, scultrice, un’artista di fama internazionale. Le sue origini risalgono “fino al Profeta”, la sua famiglia si distingue per il progressismo. E’ ironica, divertente a tratti, ma racconta la sua vita e quella dei suoi cari e dei suoi concittadini senza fare sconti. Racconta di una popolazione stremata, nel periodo che va dal 1991 (lei nel 1995 fuggirà in Giordania poi in Libano) al 2002 alla vigilia della seconda guerra del Golfo: “Siccome sono un’eterna ottimista, posso solo pregare che si riesca a evitare la guerra”, queste le parole che terminano il libro: racconta l’evoluzione della politica internazionale mentre assiste al lento e inesorabile declino delle energie, della pazienza, della speranza. Iraq 19 gennaio 1991: la capitale irachena si sveglia alle 3 del mattino sotto i bombardamenti americani, è l’inizio della prima guerra del Golfo e la gente si chiede semplicemente “Perché?”

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Il suo è un diario scritto in inglese che inizia il primo giorno di guerra. Riporta ciò che i giornali spesso non ci dicono: la quotidianità nel tempo del conflitto. Le mille e una scomodità, le mancanze di quegli elementi essenziali che si danno per scontati (energia elettrica, acqua, aria, sonno). Un libro attuale che fa comprendere l’inferno a cui è sottoposta da decenni la popolazione irachena, il suo lungo calvario che sembra trasformarsi, ma non terminare. Il conflitto Iran Iraq, Saddam, le guerre del Golfo; dopo le bombe, nessuna tregua: l’embargo rincara la dose e Nuha al Radi racconta la continua e costante sofferenza di una popolazione innocente. E poi di nuovo, venti di guerra. Un libro molto attuale, dove ricorrono già i temi di questi giorni: l’unità dell’Iraq, la distruzione dei siti archeologici, e un conflitto che sembra non avere mai fine. “Il principale argomento di conversazione è se l’Iraq debba essere diviso. Ci siamo trovati tutti d’accordo sul fatto che l’Iraq è situato in una posizione strategica, che tutti gli iracheni sono di sangue misto -curdi, turchi, persiani- e di religioni diverse – sunniti e sciiti, cristiani e yezudi – e che questi vari gruppi convivono abbastanza pacificamente da secoli.

Come potrebbero dividersi adesso?”. E la storia si sgretola di fronte alla pazzia distruttiva: “Anche i siti archeologici sono stati colpiti. Nel villaggio di Hatra sono crollati degli archi, a Ctesifonte si sono aperte nuove crepe e le porte di Mustansiriya, la più importante università islamica dell’era abbaside, si sono spalancate per le esplosioni. Anche il museo ha subito danni, per i proiettili vaganti e i frammenti della centrale telefonica, dalla parte opposta della strada. Muyahad vorrebbe verificare le condizioni di altri siti, ma non ha la benzina per recarsi sul posto. Da dove si comincerà a ricostruire questo paese? Muyahad è particolarmente preoccupato per il minareto di Samarra, perchè le fabbriche e le case tutto intorno (e le persone che ci stavano dentro) sono state tutte rase al suolo.” Il degrado è inesorabile: delle case, – la sua, il suo orgoglio, con palmeti e alberi da frutto, si secca a poco a poco – e dell’aria, piena di fumo per le bombe, i copertoni bruciati, l’aria dei caminetti su cui sono costretti a cucinare il cibo; e degrado del comportamento della popolazione, perché la disperazione fa dare il peggio, trasformando la città in un luogo desolato, pericoloso e dove persino la salute non c’è più.

“Sembra che tutti stiano morendo di cancro. (…) Pare che oltre il 30% degli iracheni sia malato di cancro e tantissimi bambini hanno la leucemia. Non ci toglieranno mai l’embargo”. “Inflazione, circolazione di denaro falso, povertà e fame sono all’ordine del giorno. Manca tutto, medicinali, cibo, pezzi di ricambio, anche se pagando si riesce a trovarli. I servizi medici e sociali sono nel caos più totale. I furti con scasso sono diventati comunissimi e Baghdad, che una volta era una città “sicura”, oggi non lo è più. (…) E’ appena passato il secondo anniversario dell’invasione del Kuwait e tornano a spirare venti di guerra. Suona tutto sin troppo familiare”. Manca la benzina, manca la luce, manca l’acqua: anche uno spirito forte come quello di Nuha al Radi vacilla, ma è raro si lasci sopraffare dalla tristezza; racconta con lucidità quel recente passato di allora e oggi la storia non la contraddice:“A un tratto quell’enorme oggetto in fiamme si è inclinato, si è impennato e se ne è andato rombando nella notte. Suha era in ginocchio, con le braccia alzate al cielo, e gridava: “Ya ustad, perchè qui, perchè nei frutteti, perchè in mezzo alle nostre case’. Saddam lo chiama ustad, cioè guida, maestro: pensa, usare questo termine così colto mentre il mondo attorno a noi sta esplodendo. Più tardi abbiamo saputo dalla BBC che era un missile Scud lanciato da una rampa mobile” e aggiunge: “Bush e Saddam sono uguali. Entrambi hanno fatto quello che avevano minacciato di fare.

Loro hanno lanciato le bombe e noi abbiamo avuto morte e distruzione. Adesso Bush distribuisce medaglie; presto darà delle auto come regali. Adesso i suoi discorsi sono accompagnati da numerosi applausi adulatori. La storia, credo, non lo ricorderà come un eroe, ma come un distruttore. Siamo un paese del Terzo Mondo, famoso per non possedere troppo buon senso. Come ha potuto annientarci invece di negoziare una pace?” Nelle pagine del suo diario, successivamente tradotto in molte lingue, c’è posto per l’ironia (“L’ultima su Saddam che circola al mercato: durante una riunione chiede ai suoi ministri che ora è e uno gli risponde: “L’ora che vuole lei, eccellenza”), e anche per l’amicizia, per l’amore verso la sua famiglia e per il suo popolo. “Bush dice che non ha niente contro il popolo iracheno. Non sa, non capisce che ad avere sofferto è stato unicamente il popolo iracheno? Noi, solo noi siamo stati senza corrente elettrica e acqua: una vita di privazioni”. E oggi ci risiamo: la speranza di Nuha al Radi perché il conflitto cessasse una volta per sempre non è stata esaudita. Chissà cosa direbbe oggi questa artista, nata nel 1941 e deceduta nel 2004 per leucemia, dei tragici sviluppi attuali della storia nel suo paese. Magari annoterebbe di nuovo così: “Durante la guerra la mia creatività si è prosciugata: vedersi attorno la devastazione distrugge l’anima”.

Rosita Ferrato

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