ALLA CASA DEI GIORNALISTI – Rosita Ferrato
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ALLA CASA DEI GIORNALISTI

L’associazione Maison des journalistes nasce nel 2000, grazie alla giornalista di France Info, Danièle Ohayon e al regista Philippe Spinau, (oggi rispettivamente presidente e direttore della MDJ). È un luogo dove i giornalisti costretti ad abbandonare il loro paese possono trovare un tetto, una camera e un ambiente di lavoro. Ospita trenta giornalisti all’anno. Grazie ai finanziamenti dei media francesi (60%), dei fondi europei per i rifugiati (30%) e alla Città di Parigi (10%), mette a disposizione una camera, un buono alimentare e la possibilità, per i giornalisti ospiti, di praticare il loro mestiere con il giornale on line della Maison des Journalistes, l’Oeil de l’exilé.

PARIGI – Questa è l’unica stanza dove è vietato fumare: si è pensato che per chi ha subito torture e vessazioni come tanti dei giornalisti qua ospitati, sarebbe stupido fare altrimenti.
Alla Maison des journalistes, una volta una vecchia fabbrica, si entra con un codice numerico. Non ci sono targhette sul citofono, deve essere un ambiente il più protetto possibile. Nella via a fianco, si vede lontana, la Tour Eiffel: quasi si avesse bisogno di sapere di essere davvero a Parigi.

Qui trovano rifugio giornalisti da tutto il mondo, perseguitati per motivi politici. Restano sei mesi, in attesa di asilo. Vengono aiutati a rimettersi in piedi, fisicamente ma soprattutto psicologicamente, e spesso a ritrovare il piacere e la passione per la propria professione. “Per far sì che le persone escano dalle stanze, abbiamo fatto in modo che cucina e bagno fossero in comune” racconta Philippe Spinau, un tempo regista, oggi direttore a tempo pieno della Maison, che fa da guida.

15 le camere, ognuna con il nome di un’emittente o di una testata francese (i media francesi finanziano per il 60% l’iniziativa), ognuna con volti e storie diverse. “A volte è difficile vincere la paura, di un nuovo paese, di nuove persone, dei propri fantasmi”. Ma si alla fine si esce e ci si confronta. Ognuno con i propri usi, con le proprie abitudini e cibi, “mentre la religione ognuno se la coltiva nella propria stanza, ma ogni culto è ammesso”.

Tantissimi i paesi di provenienza dei giornalisti che trovano rifugio alla MDJ, ma lo scopo è quello di inserirli nel tessuto sociale e culturale francese. Per questo hanno a disposizione dei corsi di lingua e una redazione interna: L’Oeil de l’exilé, dove possono riprendere ad esercitare la propria professione, vitale per il proprio spirito e importante per la speranza di un reinserimento futuro nel mondo dei media francesi.

Le persone qui hanno a disposizione uno psicologo e degli insegnanti di lingua, e ognuno è libero di prepararsi da mangiare secondo la propria cultura: posseggono un buono pasto da 9 euro al giorno, e possono uscire a comprarsi i loro alimenti. Ogni collega ospite cucina, lava, stira “anche se la loro cultura e mentalità non lo prevedono”, racconta ancora Philippe.
Nel (curatissimo) dedalo di stanze e sale esistono, oltre alle camere di ognuno, vari uffici: ospitano la redazione dell’Oeil, una sala della televisione comune e aperta a tutti, una biblioteca (con vista cimitero, viene sottolineato allegramente), e richiami ovunque alla professione, con poster, immagini di film, libri che parlano di reporter, cronisti di guerra, giornalisti di inchiesta (quelli interpretati da grandi stelle del cinema e quelli “veri”). Infine, c’è un grande spazio con i computer: la prima stanza, in genere, che accoglie i giornalisti stranieri, quella dove si tiene il corso di francese. Fondamentale per qualsiasi passo successiva nella nuova terra di Francia: proprio quella dove è vietato fumare.

STORIE
Samuel è un illustratore. E proprio tramite il disegno mostra al visitatore come funziona la censura nel suo paese. “Le parti tagliate sono semplicemente buchi neri, spazi vuoti – racconta – e che si tratti della prima pagina, non fa differenza. Dove c’era un fumetto, un’illustrazione, c’è inchiostro nero”. In Ciad, spiega, agiscono preventivamente: tagliando. Lui ha talento, nel suo paese era un freelance, un vignettista affermato. Ora ha una stanza presso la Maison des Journalistes, come tanti altri giornalisti provenienti da ogni parte del mondo. Spesso talenti, ma scomodi al regime. Samuel ha 28 anni. Per non diventare un giornalista “compiacente”, (“Perché in Ciad c’è la democrazia, ma solo sulla carta”) ha cominciato ad essere mal visto e alla fine perseguitato. “Venivano a casa mia – racconta – tante volte mi sono rifugiato in stati vicini o in Francia per un periodo, ma mai avrei creduto di dovermene andare”. È arrivato a Parigi, ma il suo cuore è rimasto nel suo paese, dove spera un giorno di poter tornare. “Un giorno: se dovesse cambiare la situazione politica”. Perché ha due figli là, aveva una giovane moglie che per non volersi risposare si è suicidata, ha dei fratelli, ma uno è stato arrestato, a causa sua (”cercavano me”, racconta Samuel, ed è stato torturato lui”).
Alla Maison des Journaliste, Samuel lavora sulla guerra in Darfur: tavole magnifiche. “In Francia c’è lo stress, che non sapevo davvero cosa fosse. In Africa siamo poveri, ma c’è il tempo. E la solidarietà. Qua ognuno pensa per sé: e ci si sente soli”.

Intervista a Danièle Ohayon, giornalista di France Info e presidente della Maison des Journalistes

Come è nata la decisione di fondare MDJ?

Sono giornalista a France Info, una radio di servizio pubblico, di all news, e la mia specialità sono i media; quindi spesso mi confronto con giornalisti che arrivano in Francia e fan richiesta di asilo. Intervistando giornalisti stranieri nei loro paesi, ho capito. Continuavano ad arrivare da noi, in un paese sconosciuto, erano totalmente invisibili e non avevano altre soluzioni se non dormire per strada, trovando sistemazioni di fortuna, in condizioni molto dure. Ho trovato talmente ingiusto che dei giornalisti coraggiosi, che si sono battuti per la libertà di informazione, arrivassero qui e fossero trattati in quel modo. È così che è nata l’idea della MDJ. Una solidarietà fraterna dei media francesi, che in altre epoche avevano anch’essi subito delle repressioni, con giornalisti mandati in esilio, scappati dai loro paesi. Ne parlai allora con Philippe (Spinau), che all’epoca era regista per la televisione e l’idea si è realizzata così. Lui ha abbandonato tutto per lavorare qui.

È facile ottenere lo stato di rifugiato in Francia?
Dipende dal paese di provenienza, dalle condizioni politiche generali e dal dossier. Per esempio, dei su 150 giornalisti che abbiamo ospitato, abbiamo ricevuto solo un rifiuto d’asilo politico. È importante aiutare loro a preparare il dossier: sono persone spesso uscite di prigione, che sono stati torturati, e quando arrivano all’ufficio francese di protezione per i rifugiati sono interrogati da specialisti di questi paesi che davvero hanno bisogno di capire esattamente la situazione. Per persone che in passato sono state interrogate in circostanze estremamente dure dalla polizia, è terribile l’idea di essere interrogati ancora, quindi bisogna preparali, spiegare loro quello che succederà. Bisogna che siano molto precisi con date, luoghi, perché avranno a che fare con gente che conosce molto bene la situazione del paese. tutto questo, ricorda loro degli interrogatori che hanno già vissuto, e se non sono ben preparati, rischiano di sbagliare e ricevere un rifiuto: questa fase è quindi molto importante.

Quanti giornalisti riescono a integrarsi, tornando a fare il proprio mestiere?
Il 10% dei giornalisti che sono stati da noi, lavora oggi nei media: non è tantissimo, ma più della metà di loro non sono francofoni, quindi non han la possibilità di entrare nei media francesi, ma anzi trovano lavori molto poco qualificati: nell’edilizia, negli alberghi, fan le pulizie, i custodi o riescono a migliorare con corsi di formazione. Poi ci sono i giornalisti francofoni, il 40%: tra questi, alcuni trovano lavoro, ma molti non lo trovano, sia perché esiste uno scarto troppo grande tra il modo di praticare il giornalismo in Francia e quello nei loro paesi.

Ovvero…
Alcuni colleghi arrivano da paesi molto chiusi, dove i giornalisti devono battersi fortemente per i diritti dell’uomo e dove non esistono tradizione giornalistica, né scuole di giornalismo. Hanno quindi grandi difficoltà a integrarsi nei media francesi. Ci sono poi paesi dove esistono scuole di giornalismo e molta stampa, ma c’è anche molta repressione, come in alcuni stati africani e magrebini che accettano ci sia una stampa libera, ma a condizione che non si attacchi il potere.
Ci sono poi giornalisti ben formati, che parlano e scrivono bene: quelli che accogliamo non sono dei “giovani giornalisti” , ma spesso giornalisti che hanno una trentina d’anni e sono capiredattori, editorialisti politici, capiservizio, giornalisti d’inchiesta, ecc. Arrivano in Francia da ex colonie e hanno uno sguardo condiscendente, e qui ci si scontra con la difficoltà di integrarli. Perché non esiste un’identificazione.

Mi spieghi…

Costoro non hanno frequentato una scuola di giornalismo come tanti giornalisti francesi o l’hanno fatta nel loro paese. In Francia ci si batte per la discriminazione, per il razzismo, però…È difficile da ammettere, ma i giornalisti in Francia arrivano da ambienti agiati: molto è stato fatto per combattere tutto questo, ma non siamo che all’inizio. Un nero, un magrebino, non possono avere lo stesso sentimento di somiglianza, di identificazione, con un giornalista francese, quindi l’integrazione è molto più difficile.
Malgrado tutto, ci sono delle eccezioni, giornalisti dotati di grande talento: un giovane camerunese che lavora in una delle più importanti radio francesi in una trasmissione di calcio, ed è molto famoso ora in Francia; oppure Philomé Robert,un haitiano che presenta l’edizione serale o della notte in un canale per l’estero France 24, lui è stato da noi. Ce ne sono poi una decina o una ventina che lavorano per i media francesi.

Esiste un ordine dei giornalisti in Francia?
I giornalisti francesi sono molto corporativistici, sono molto attaccati alle scuole di giornalismo, ma non esiste un ordine. È una sorta di trauma di quando durante la guerra l’ordine collaborava con gli occupanti, quindi niente ordine, e non tornerà mai più. È un argomento un po’ tabù da noi. (Qui il giornalismo, dopo la guerra, è molto slegato dallo stato).
Anche se i giornalisti non vogliono rendere conto ad altri che non siano dei colleghi, nelle redazioni ci sono carte etiche, c’è una “commission de la carte de presse” ma non esiste una laurea in giornalismo, anche se ci sono giornalisti laureati. Ma niente ordine. L’accesso alla professione avviene tramite scuole, anche se non è obbligatorio. Teoricamente, è ancora possibile diventare giornalisti senza frequentare le scuole, come per la generazione precedente, ma è molto difficile, e per i giovani è praticamente impossibile. Inoltre c’è molta disoccupazione in questo campo: è una professione ambita, ci sono pochi giovani che fanno la scuola, e tanti disoccupati.

Nella MDJ sono mai avvenuti scontri per religione o opinioni politiche?

Due sono i criteri per essere accolti alla MDS. Primo: essere giornalisti; secondo: essere perseguitati nell’esercizio del proprio mestiere di giornalista. È tutto. Di qualunque cosa scrivano e qualunque sia la loro religione o orientamento, noi li accogliamo. C’è un contratto non scritto per cui ognuno avrà una stanza, l’aiuto di una psicologa, internet, ecc. ma: si impegna ad andarsene dopo sei mesi e a rispettare tutti gli altri colleghi, qualsiasi sia la loro religione o opinione politica.
Tutte queste persone condividono non solo la professione, ma anche la repressione che hanno subito. Sono stati imprigionati, picchiati. Ad alcuni giornalisti siriani o turchi hanno spaccato i denti… hanno subito violenze e questo è un legame molto forte. Noi possiamo aiutarli e discutere, ma non abbiamo vissuto tutto questo, mentre per loro è un legame molto forte che va ben al di là dell’opinione politica o della religione. Ci possono allora essere delle preoccupazioni quando sono insieme un cubano anti castrista, vittima di persecuzioni di Fidel Castro e un colombiano pro castrista o tra sciiti e sunniti iracheni: a volte possono discutere, ma è molto raro si scontrino. Hanno toccato qualcosa di più profondo: l’inumano.
Il nostro è un gruppo, un collettivo. Avremmo potuto alloggiarli individualmente, ma abbiamo scelto questa soluzione perché un giornalista ha bisogno di scambio degli altri, di confrontare le proprie idee e le proprie sofferenze. E questo è un modo straordinario per ritrovarsi, come giornalisti e come individui.

Maison des journalistes

di Rosita Ferrato

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