IL SARTO D’ARBERIA – Rosita Ferrato, giornalista, scrittrice, fotografa
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IL SARTO D’ARBERIA

FRASCINETO (CS) “Un tempo i vestiti, i costumi, le stoffe, si pagavano anche in natura, con grano, con i capretti, per esempio”. Nella bottega del sarto, il signor Donato, è facile rievocare il passato, perché lì tutto sa di tradizione. Siamo in Arberia, una terra immaginaria e reale, una patria ideale per quegli albanesi che a partire dal 1490 fuggirono dai turchi per trovare rifugio nell’Italia del sud. Uno dei cuori di questa terra è Frascineto, in provincia di Cosenza, paese di 2500 anime italo albanesi, gli arbëreshë. Ricca di tradizione, arte e bellezza, di un patrimonio il cui futuro è incerto.

Donato sospira, dentro la sua bottega. Mostra una gonna in raso e seta, rosa e blu, i colori del suo paese. Quattro metri e mezzo di stoffa per creare 45 centimetri di abito. Il fine ricamo, i particolari, la cura, il tempo impiegato per confezionare un costume tipico, che utilizzavano le nonne di Frascineto e che ora compra ancora qualche ragazza. “Ho imparato da solo, quando ero giovane, nessuno mi ha insegnato. Scucendo e ricucendo una gonna e poi cercando di rifarla. E ci sono riuscito”. Quella che è iniziata come passione è diventata un mestiere, portato avanti per anni. Oggi il signor Donato ha 77 anni, lavora sempre tanto, ma non ha discepoli. Niente ragazzi di bottega, nessuno. Il giorno (lontano) in cui lui non ci sarà più, la sua maestria scomparirà con lui.
Ci ha provato la politica a dargli un successore, ma non sembra esserci volontà, o fondi, o forse i giovani immaginano un futuro diverso. Si laureano, vanno a stare nelle grandi città. “Questo è un piccolo mondo antico – commenta il sindaco di Frascineto Francesco Pellicano – sembrerebbe quasi non attuale. Perché si conservi, bisogna capire come può essere sviluppato. Un individuo che conosce bene le proprie radici è più forte, affronta meglio il futuro”. Ma i giovani lo vogliono qui, il loro avvenire? “Un ragazzo non si dedica a un mestiere se non lo vede come qualcosa che può crescere”.
Frascineto trasuda ricchezza intellettuale, possiede chiese antiche, musei importanti: come quelli delle icone, elemento di eccellenza della tradizione bizantina in Calabria, e delle bambole, con i costumi tradizionali, che raccontano, in miniatura, la storia degli albanesi in Italia. È un paese che ha prodotto negli anni tanto materiale, creato dalla passione di chi l’ha abitato.
L’artigiano Gianni fa “mobili per chiese”: inizia a 13 anni, come autodidatta, per passione, e crea arredi sacri per le chiese della zona, di rito greco bizantino (nella foto a lato). Riproduce miniature, studia le simbologie: il grano e il serpente, la vite e l’aquila: “Non si possono mettere in modo arbitrario: sul leggìo per esempio non si può mettere l’aquila o il serpente”, il serpente va sotto i piedi della Madonna, simbolo del diavolo. Gianni sta trasmettendo il suo sapere a suo figlio adolescente, e forse ci riuscirà.
E poi la lingua, un altro pezzo importante. L’arbëreshë, parlato per secoli, ora è anch’esso in bilico. Fino a poco tempo fa nella scuola esistevano dei corsi, musica e teatro, come strumenti ideali per mantenerlo, e un laboratorio per riprodurre le iconostasi delle chiese. Ma oggi? Il problema sono le famiglie, racconta Francesca Camodeca, assessore alla cultura e dirigente scolastico. “La lingua va mantenuta nel contesto. Una volta nelle famiglie si parlava arbëreshë, non c’era la televisione, era diverso. Oggi in casa si parla italiano. La scuola è attenta, ma non la società” e il problema, come spesso capita, sono i fondi, soldi che mancano. “Inoltre, i genitori temono che parlando arbëreshë, i figli non imparino l’italiano, mentre è una ricchezza in più”.
E di ricchezza ne esiste ancora: il rito greco bizantino, che ogni domenica lotta con la “latinizzazione”, con la contaminazione della modernità (un esempio: l’introduzione dello scambiarsi un segno di pace durante la messa), oppure la lavorazione con telaio, che la signora Caterina mostra orgogliosa, cantando e tessendo, un lavoro difficile e lungo, che quasi nessuno più vuole seguire. Oppure il destino di un patrimonio accumulato in una vita, i 6.300 i volumi raccolti dal Papas Antonio Bellusci (nella foto), parroco di Frascineto e studioso infaticabile che in tanti anni ha raccolto e prodotto testi di carattere demologico e linguistico per gli albanesi d’Italia e non solo. Nella sua biblioteca autori macedoni, kosovari, arbëreshë sparsi per il mondo, pubblicazioni rare, riviste scampate alla furia del regime di Hoxha, poesie. “Cosa ne sarà di questi libri?” si chiede il religioso. “Andranno al macero?” Cosa ne sarà di tutto questo senza di lui?
L’amore per la propria cultura a Frascineto è forte. Sembra sempre in bilico, ma in tanti cercano di farlo sopravvivere. Il gruppo folkoristico “I Figli dell’Aquila”, ad esempio, ha messo insieme un gruppo di ragazzi per far crescere in loro l’amore per la tradizione, per le proprie radici. Sono quaranta e portano in giro un repertorio arbëreshë di canti e danze legati alla quotidianità di una civiltà contadina, scandita dall’alternarsi dei lavori stagionali della campagna.
È una lotta quotidiana, che ognuno porta avanti con energia e passione. Come la strada, la rruga: in albanese una strada grande, in arbëreshë una strada piccola e difficile. Ma percorribile: “I giovani devono prima crearsi condizioni per costruire mano a mano una realtà nuova – conclude il sindaco – Magari qualche pioniere che torna migliorerà la situazione e questo attirerà nuovi individui e nuovi ritorni”.

Testo di Rosita Ferrato. Fonte testo e foto: agenzia Babelmed

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