Taxi e taxisti – Rosita Ferrato
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Taxi e taxisti

Prendere un taxi per strada è un’impresa, a meno che non sia domenica, quando le vie sono libere e i taxisti pure. In settimana e soprattutto nelle ore di punta (a mezzogiorno o verso le cinque, quando la gente esce dal lavoro) trovare un trasporto è un piccolo esercizio di pazienza e prontezza di spirito.

E poi, capita raramente, ma una volta ogni tanto succede. Di incontrare il taxista truffaldino.

Sali su un taxi da sola, tu giornalista straniera con l’aria dolce, e il conducente cerca di fregarti. Lo capisci subito, il conducente inizia a prendere strade lunghe, fa giri in tondo – sì, lo sai, ma ancora non dici nulla (se non hai fretta, ti godi il panorami) – sbaglia o fa finta di sbagliare, e alla fine pretende tariffe stellari (una corsa dal centro città all’aeroporto deve costare circa 6 dinari, se proprio è ora di punta un po’ di più, ma comunque non più di 10).

Esempio n.1: sono in ritardo per il volo di ritorno in Italia e dico al guidatore di fare veloce. “Certo Madame”, mi risponde affettato, “ma per fare più in fretta, prenderemo l’autostrada; c’è il pedaggio, quindi la corsa costerà di più”. Boh. Non lo contraddico perché ho i minuti contati, ma so che sta inventando di sana pianta. Non c’è autostrada per andare all’aeroporto, e lui infatti si infila nella strada normale. Arrivati a destinazione, mi chiede 20 dinari e ripropone la panzana del pedaggio. Gli faccio notare che non esiste né casello né autostrada in quel percorso e che conosco bene le tariffe. E proprio perché sono in vena di generosità gli mollo 10 dinari (5 euro) e gli dico di vergognarsi.

Esempio n.2: altro autista, altro taxi. Devo andare a visitare la mostra tal dei tali in un palazzo dal nome esotico e ovviamente lontanissimo (il palazzo non il nome) e di cu nessuno ha sentito parlare. È una splendida mattina di sole e il nostro autista, per dirigersi verso la mia meta, partendo dal centro città, si va a infilare in tutte le strade della medina, trovando logici ostacoli e impedimenti (traffico, persone, merci, gatti, mercati), che allungano la corsa e ingrossano la tariffa. E rieccoci al solito giochino di chi la sa più lunga. Tengo d’occhio il tassametro (che ci deve sempre essere); lui cerca la chiacchiera, mentre io sono immersa nei miei pensieri e intanto il tour continua. E meno male che è domenica e nella medina non c’è traffico, ma in ogni caso, ci si passa in mezzo prolungando il tragitto.

Alla fine si esce dal centro e si arriva all’ippodromo Qsar che niente ha a che vedere con la zona che mi interessa: non mi risulta che qui ci sia un palazzo! Altro giro, per fortuna veloce. Giunti a destinazione, velocissimo il conducente traffica con il tassametro, lo azzera e lo fa volare. Gli allungo una banconota da 5 dinari, mi indica irritato la scritta rossa del tassametro, fa segno con le dita, sfregando pollice e indice, di volere altri soldi: la sua cifra è 35 dinari! Stavolta mi arrabbio io. Gli dico che conosco il prezzo, e anche a lui ribadisco di vergognarsi. La spunto. Scendo dalla macchina sbattendo la portiera.

Furiosa. In nome di tutti i taxisti onesti e gentili che mi hanno portato in giro qui a Tunisi – quello che guida con l’asciugamano per ripararsi dal sole, quello anziano che mi chiama “Ma petite”, quello che chiacchiera volentieri – in nome dei turisti che non conoscono i prezzi e si fidano, in nome delle donne che sono considerate più ingenue.

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