Tunisi, Palazzo dei Cardi, il palazzo delle ombre che rigetta gli intrusi
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Tunisi, Palazzo dei Cardi

Tunisi, nei vicoli della città si apre una porta. Verde scura, pesante, dai battenti antichi e dorati: è il Palazzo dei Cardi.

Fuori la medina, dentro un dedalo di scale, stanzette, ripostigli, passaggi segreti. Da dietro gli stipiti pesanti arriva il suono piccolo e sferzante del martelletto dei cesellatori: pic, pic, pic. Arte fina, piatti dorati. Il vociare della gente, in lontananza i clacson delle auto, appena fuori le porte della città.

All’esterno del palazzo volti ambrati, botteghe, gatti, l’ombra soffice del souk. Gente, calca, venditori. Dietro le porte, fresco, buio e odore di umido, maioliche antiche, statue che sembrano parlare.

Il pavimento, se disturbato da un’altra presenza, si muove: lucertole o topi o strani animali si vanno a nascondere, schizzano via, lasciando intravedere solo le code e le ombre di passaggi veloci. Che creature sono? Il mio amante tunisino dice che sono serpenti ma con le zampe, in arabo zarzumia. Lucertole. Il palazzo ha una sua vita. Scale di marmo chiaro, porte in stile rinascimentale italiano del XVI secolo, bellezza di antichi fasti.

Si muovono ombre, danzano sui muri. Passaggi di presenze misteriose. Il Palazzo dei Cardi è il palazzo delle ombre. E rigetta nuove presenze con astuzia, logorando i nervi, ora dopo ora.

Le tende si gonfiano, le porte sbattono, i vetri sono gialli di luce e calore.

Animali invadono la cucina, formiche in battaglioni, ragni, un geco. La notte non ci lascia dormire. E se dal terrazzo delle meraviglie la città dorme, nessuno nella strada e tra le dorate mura, qui accanto, un darbuka, un tamburo suona fino a notte alta ritmi mediorientali, instancabili.

“E’ il vino” ripete il mio amante con aria di disgusto. Sono spiriti, penso io. Un suono che arriva da lontano. Altre ombre leggere si muovono nell’oscurità. E’ questa casa. Questo posto magico, fatato, maledetto. Eppure bellissimo.

Il ritmo dei tamburi si mescola con le voci, gli youyou delle donne, il battere delle mani. “Domani sera torneranno, e dopodomani ancora”. “qui accanto non si fanno feste per le feste, può essere per un matrimonio, una circoncisione, chi lo sa”.

In lontananza sparano fuochi di artificio dal balcone, è un matrimonio, qui usa così.

Le voci di uomini e donne, finora separati, si uniscono. Le donne fischiano, urlano. Si sentono solo le voci, il resto sono presenze. Questa casa ha una sua anima. Questa casa non ci vuole. Farà tornare i tamburi ancora ancora e ancora, notte dopo notte, ora dopo ora, fino a farci impazzire. La notte è scandita dal ritmo che ti batte nel cervello, il giorno il caldo ti sfinisce.

Un vento improvviso fa sbattere tutte le finestre, le porte. E’ il segnale decisivo; ora sappiamo che è proprio vero. In cielo una stella cadente. La casa delle ombre fra un po’ riposerà, è notte fonda.

Da qui si vede tutta la città. Dalla finestra passano figure di uomini. Spariscono, passano, sono vere? Questa casa mi spaventa, mi crea disperazione, ma anche mi nutre. La amo, non riesco a farne a meno.

Rosita Ferrato

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