Hammam – Rosita Ferrato
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Hammam

Pensando agli hammam, ci si cala immediatamente in atmosfere da sogno e da film. Chi non si ricorda Il bagno turco di Ozpetek con Alessandro Gassman, i vapori dolci e sensuali, le stanze labirintiche e consumate dai secoli. Oppure un’ altra pellicola cult, Marrakesh Express, nella scena appunto dell’hammam, dove il gruppo di amici decide di regalarsi un momento di relax nella capitale marocchina e viene strofinato, tirato, massaggiato.

Un giorno parlavo con un amico, proprietario di un bagno turco a Torino. Mi ha detto una frase che mi ha colpito: “La pelle nostra è diversa da quella degli arabi, non si può pensare agli stessi trattamenti”. Siamo più delicati, è vero, e soprattutto (o almeno), lo sono io. La mia pelle è bianca e dolce, si arrossa con un soffio di vento in più, figuriamoci con l’energia di un guanto tunisino!

Hammam Nouria, della via Nouria, medina, Tunisi. Ingresso 2 dinar (neanche 1 euro), prezzo equo, popolare (per un bagno turco popolare). Vengo accolta da un signore all’ingresso, mi chiede di lasciargli tutta la roba di valore. Dubbio: cosa fare? Torno a casa e svuoto la borsa, se perdo denaro e carte e documenti, sono guai.

Come sarò più tardi, mi chiedo intanto, dopo una seduta di hammam “tradizionale”, ovvero popolare, ovvero non turistico, ovvero un bagno della medina dove mi diceva un tizio incontrato nei vicoli, improvvisatosi guida turistica, che è frequentato dalla moglie dell’ambasciatore (mah!)?

In questo hammam, pur molto tipico e pittoresco, tutto è brusco, a partire dalla signora che si è “presa cura” di me. Signora? Piuttosto una vecchia megera disonesta che finge di non parlare una parola di francese, ma che quando all’uscita si inizia a parlare di prezzi, inizia a contrattare, comprendendo benissimo i numeri nell’altra lingua.

All’ingresso la vedo arrivare con andatura decisa, un paio di pantaloni a sbuffo, la testa coperta, lo sguardo duro e deciso. Non deve essere facile lavorare qui dentro, ma quando incrocio i suoi occhi ho un moto istintivo di diffidenza. Mi fa segno di seguirla: mi accompagna dentro, mi fa spogliare e si avvicina minacciosa con dei secchi di acqua bollente. Il trattamento sarà sicuramente efficace, ma vederla impugnare un guanto per lo scrub mi terrorizza. Le dico: “Delicate, j’ai la peau delicate. Blanche, vous voyez?”. Maman! Chissà se ha capito, la mia pelle lattea non è forse la più adatta alla pulizia che fanno loro, completa, drastica ed efficace.

Inizia a trattarmi, con meno vigore rispetto alle altre signore, ma tanto da preoccuparmi un po’ (piano piano divento liscia come la seta, quindi avrà fatto bene il suo dovere, ma farà bene alla salute?). Con una piccola pacca sul fianco mi fa capire che devo cambiare lato: mi fa voltare e rivoltare sulla pietra chiara, e io lascio fare. Non trascura neanche un centimetro di pelle, mi gratta persino dietro le orecchie. Mi gira e mi rigira, poi mi lava: secchiate d’acqua mi tolgono il respiro, sono calde, decise, tante e forti.

Massage?” oui, massage, già che sono qui ormai provo tutto. Rimango sdraiata sulla pietra e vengo ricoperta di sapone nero, profumato, liquido, oleoso; scivolo come un’anguilla, e mi ci trastullo un po’; la vecchia signora brusca non apprezza il mio divertimento, mi tiene ferma e mi fa capire che devo rimanere morbida. Ferma e morbida.

Vi ricordate la scena del film Marrakesh Express quando il massaggiatore inizia a tirare, tirare, tirare, braccia, gambe… bene, succede anche a me: meno male che sono piuttosto elastica, ma per un momento mi viene da pensare: mi romperò? Finisce di tirarmi e vengo di nuovo presa a secchiate, una, due, tre volte…fa caldo e l’acqua è calda. Finirà mai questa doccia? Finisce.

Sono pulita. Vengo lasciata, un po’ tramortita, ma con la pelle perfettamente liscia e morbida, sul mio pezzo di pietra. Mi guardo intorno, i muri sono un po’ scrostati, le luci al neon quindi un po’ fredde, ma l’atmosfera c’è tutta. È bello, è un labirinto di pietra e marmo, è un pezzo di storia. Siamo in poche, una giovane donna con una bimba piccola, una ragazza molto incinta; sono l’unica occidentale.

Provo a rilassarmi, faccio capire che vorrei rimanere lì ancora un po’ a godermi il caldo e l’atmosfera; ma dopo pochi minuti, la megera mi fa gesto di voler lavare il mio slip, mi fa segno di toglierlo, lo prende lei, e a questo punto, completamente nuda, sono in suo potere: la seguo mio malgrado, mi porta nella stanza dove ci si riveste, e il mio bagno è finito.

Vi risparmio la scena finale del balletto dei prezzi: alla fine pago di 10 dinari, sono cose che succedono, niente di grave, va messo nel conto del viaggio…

Rosita Ferrato

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