MAN RAY: la nascita di un’opera d’arte – Rosita Ferrato
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MAN RAY: la nascita di un’opera d’arte

Cosa fareste se riceveste per regalo un ferro da stiro con dei chiodi incorporati? Fu più o meno quello che successe al celebre compositore Erik Satie, ispiratore di questo Cadeau (questo appunto il titolo dell’opera) da parte di Man Ray, uno degli artisti più significativi del secolo scorso.

Man Ray versatile, non solo fotografo, ma pittore, creatore di oggetti e di film sperimentali. Il Museo d’Arte di Lugano gli ha dedicato in questi giorni una mostra, dove l’artista viene esplorato in tutte le sue fasi creative. E’ lui stesso ad illustrarci, con poche frasi, la sua evoluzione, il suo cammino, i suoi spostamenti, anche geografici del percorso di una vita.

Ma torniamo al ferro da stiro. Siamo nel 1921, a Parigi, all’inaugurazione di una mostra di Man Ray. Ci racconta lui stesso come andò: “Uno strano ometto loquace sui cinquant’anni si avvicinò. Sembrava fuori posto in un raduno di giovani. Con la sua barbetta bianca, il pince-nez all’antica, la bombetta, il mantello e l’ombrello neri sembrava un impiegato di banca o un impresario delle pompe funebri (…) mi prese sottobraccio e mi condusse fuori, al caffè d’angolo, dove ordinò due grog. Si presentò come Erik Satie. Uscendo dal caffè passammo davanti alla vetrina di un negozio di casalinghi. Notai un ferro da stiro piatto, in ghisa, di quelli che venivano riscaldati sulla stufa, e pregai Satie di accompagnarmi dentro. Con il suo aiuto comperai il ferro, una scatola di chiodi da tappezzerie e un tubetto di colla. Tornato in galleria, incollai una fila di chiodi sulla piastra di ferro e intitolai la composizione Il dono, aggiungendola alle opere esposte. Era il primo oggetto dada che costruivo in Francia (…). Pensavo di sorteggiare l’oggetto fra gli amici, ma nel pomeriggio scomparve”.

Ma c’è ben altro nella mostra e nella vita di Man Ray: il periodo dada e surrealista, quello newyorkese, i suoi amici parigini (e che amici: Pablo Picasso, Henri Matisse, Jean Cocteau, Max Ernst, Andrè Breton) le sue muse, le dee, la celebre Lee Miller, Kiki de Montparnasse… E’ il caso che a volte fa scoprire dei nuovi modi di ritrarre la realtà (come per la solarizzazione, che da errore fotografico diventa un processo voluto, dall’effetto “straordinariamente nuovo e misterioso”).

I simboli: gli scacchi sua grande passione fin dall’infanzia (Man Ray raccomandava spesso ai suoi studenti di dipingere una scacchiera: “Vi aiuta a capire la struttura di un quadro, a conseguire la padronanza del senso dell’ordine. Quando gli antichi maestri componevano un dipinto, erano soliti scomporre la superficie in quadri regolari. Potete usare i mezzi più convenzionali per esprimere le idee più rivoluzionarie”), la maschera come rappresentazione dell’identità mutevole e incerta (nel caso di Man Ray le identità si sommano: nato in America da famiglia di ebrei russi e vissuto in Francia). E poi l’occhio, che ricorre molto spesso nelle sue opere: è il caso del famoso metronomo con fotografia, che l’artista rende feticcio dell’amata, in questo caso di Lee Miller, che lo aveva abbandonato. E per dimenticare, ecco il suo suggerimento: “Ritagliate da una fotografia l’occhio di una persona amata, che non si fa più vedere. Fissate l’occhio al pendolo di un metronomo e regolatene la massa in modo da ottenere il ritmo desiderato. Fatelo andare fino al limite della sopportazione. Poi, impugnato un martello, cercate di distruggere il tutto con un solo colpo ben assestato”. Come disse Andrè Breton: “Il ritratto di un essere amato non deve essere soltanto un’immagine alla quale sorridere, ma un oracolo da interrogare”.

Versatile e geniale Man Ray, che non solo fotografo fu, ma artista pieno e completo, che sperimentò diverse tecniche, dall’acquarello alla china, paesaggi a olio e tempere. “Mi sono spesso divertito a fare fotografie che possono essere scambiate per riproduzioni di dipinti e dipinti che possono essere scambiate per fotografie”. Una cornucopia di arte e di vita, che lo spinse a dichiarare: “Davanti a me si aprivano grandi possibilità, sia in arte che in amore”.
E infine la realizzazione: “Il mio scopo non è mai stato di documentare i sogni, ma di realizzarli”.

Rosita Ferrato

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