MARIO FERRARI – Rosita Ferrato, giornalista, scrittrice, fotografa
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MARIO FERRARI

Cultura, creatività, arte. All’Istituto italiano di Cultura, organo del ministero degli affari esteri presente dal 1961 a Tunisi, sono esposti i lavori di Mario Ferrari. Venticinque costumi di danza creati grazie all’esperienza personale di Ferrari, come danzatore e studioso dell’arte in varie sue forme espressive. Una passione coltivata negli anni sia nella formazione, sia nella professione. «Ho studiato arte al liceo, prima dell’accademia di Belle Arti che ho frequentato a Roma con maestri come Frascione e Gaetaniello; i costumi sono anche figli della mia storia personale».
Quella di Mario Ferrari per i costumi di scena è una passione, ancor prima che un mestiere. Che ha esercitato in Italia, patria dell’opera, per quasi trent’anni. La sua “firma” si è vista in vari contesti internazionali, anche Cuba, al Teatro Massimo di Palermo e in tutti i luoghi in cui si è esibita la compagnia italiana OPLAS (opificio per le arti dello spettacolo), con sede a Umbertide. «In Italia abbiamo radici profonde, il teatro più due scuole di danza, l’atelier… Durante la pandemia sono stato costretto a sospendere i miei viaggi e sono diventato stanziale qui in Tunisia, ma riesco a mantenere contatti continui con l’Italia, in attesa di poter ricominciare a muovermi».

I suoi lavori nascono da lontano. Una forma d’arte che mette insieme diverse competenze e sensibilità. «L’ispirazione per ciascun costume – racconta – nasce anzitutto dal tema che devo rappresentare. Facendo parte di un repertorio, se si tratta di balletto classico voglio che emerga la mia interpretazione, che esprimo però mantenendo le caratteristiche della storia della danza. Se, invece, quello che devo fare è un lavoro contemporaneo, allora l’approccio è differente: parlo con il regista e il coreografo per capire le loro idee, dopodiché mi metto al lavoro, in completa libertà. Spesso l’ispirazione – un concetto sul quale ho girato anche un film – credo che non sia in quello che si vede.
Parto da un disegno, da una stoffa. Poi, come una scultura, faccio un collage. Possibilmente, con materiali che trovo sul territorio: alcuni costumi che ho creato qui in Tunisia ho voluto, per esempio, che fossero confezionati con stoffe locali. Salvo quelle elastiche o il tulle, che qui non si trovano, ma è importante mantenere un legame con i luoghi».
Scorrendo l’esposizione, si notano la ricchezza di spunti e di idee, il gusto e anche l’ardire. La profonda conoscenza delle opere per cui crea costumi rende possibili idee e intuizioni precluse a chi non ha un curriculum analogo al suo, così come contaminazioni di materiali e soluzioni innovative. Viaggiando molto in Asia, particolarmente in Thailandia, Ferrari ha raccolto spunti e materiali che poi vengono rielaborati in fase di creazione, “incastrando” culture, colori, finiture differenti. «Il mio è un lavoro che non ha un percorso prestabilito: a volte il costume arriva sulla macchina da cucire e, magari, in sartoria “succede qualcosa” che non era ancora stato pensato o previsto. Alcuni costumi li ho modificati manualmente in fase di cucitura. Questo capita perché ho fatto danza per molti anni: so che i costumi per la danza devono avere certe caratteristiche di stile e di leggerezza ma, all’interno di quelle regole, ci si può muovere con il tocco personale.
Il mio costume di Swanilda di Coppélia per il primo e secondo atto, per esempio, sono completamente diversi, stessa cosa vale per Il lago dei cigni. La conoscenza della storia della danza, delle trame e dei contesti dell’opera, è importante per non andare fuori tema e per rispettare sia l’opera sia le esigenze dei ballerini. In tutto questo, poi si inserisce la fantasia, l’interpretazione personale. Se, per esempio, il coreografo vuole fare una Giselle colorata, diversa dai canoni tradizionali, allora assecondo questo desiderio: la creatività dello stilista serve per proporre disegni di propria concezione, ma che vadano nella direzione voluta da chi decide le caratteristiche dello spettacolo».

La mostra si intitola “Amore, danza e costumi” e racchiude vent’anni di lavoro al servizio della danza. Sono esposti costumi di Romeo e Giulietta, Didone ed Enea, le rivisitazioni dei costumi di Dante e di Virgilio per Il grande viaggio del Divino Dante, Fatidicus, La Bella Addormentata, lo Schiaccianoci, Cenerentola. L’occasione della mostra è stata propizia anche per siglare una nuova collaborazione tra l’Istituto italiano di Cultura e il Teatro dell’Opera di Tunisi, con lo scopo di realizzare iniziative musicali, teatrali e nell’ambito della danza, arricchendo ulteriormente il panorama culturale di Tunisi.

di Rosita Ferrato per Il Corriere di Tunisi – settembre 2021

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