Salon Pour l’amour de l’art – Rosita Ferrato
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Salon Pour l’amour de l’art

Lo scorso febbraio, per due giorni, l’Institut français de Tunisie ha offerto un’opportunità agli artisti che, come tanti altri rappresentanti della società civile in questi mesi così complicati, hanno avuto poche occasioni di ritrovarsi e presentare al pubblico i loro lavori. Ecco che, allora, la direttrice Sophie Renaud ha pensato, in associazione con la piattaforma Archivart (una realtà che si occupa di arte contemporanea africana, con una galleria virtuale di opere e un sistema di vendita online rivolto al mercato dell’arte più giovane) di organizzare una mostra. Il titolo è evocativo: Salon Pour l’amour de l’art e si è svolta con la partecipazione di Atelier Glibett. Sono stati invitati diversi artisti multidisciplinari dell’incisione, fotografi, calligrafi, architetti d’interni, designer, artisti plastici e visivi, pittori e artisti di strada. L’evento ha visto la partecipazione di molti nomi di richiamo, da Rachida Amara a Hela Ammar, da Marianne Catzaras a Najet Dhahbi, da Hela Lamine a Omeyma Medini.
Un’occasione per mostrare al pubblico una selezione delle proprie opere e anche di vendere una parte dei loro lavori in spazi-laboratori creati appositamente: alcuni hanno approfittato dell’evento per creare opere dedicate proprio alla mostra, o piccole serie limitate per accontentare differenti tipi di pubblico.

Marianne Catzaras è uno dei volti più noti tra i partecipanti. Artista eclettica, nata a Djerba da genitori greci, ha portato una selezione della sua produzione fotografica ma si è anche detta molto incuriosita dalla scelta degli altri artisti, «molto fresca: vedo tanti giovani, molti graffiti ispirati alle opere di Basquiat…»
Uno dei temi principali trattati tradizionalmente da Catzaras è l’esilio: «Essendo “greca di Tunisia”, sono sempre vissuta sulla frontiera delle due sponde della cultura mediterranea. E difatti, qui presento un lavoro che non ha prospettiva, è senza orizzonte. Una nave in pietra, una barca che “entra” nel muro. E poi c’è la statua, il volto di Afrodite, la bellezza catturata dal marmo di Carrara. Non ci sono strade di uscita, non c’è orizzonte».
In altre opere si scorgono personaggi fantasmagorici dietro un oblò: «Guardano dietro un vetro, come è capitato a tutti noi durante questa pandemia. La fotografia non ha più verso né luogo, di fatto è rimasta come un negativo, senza profondità. Anche i titoli delle opere lo rispecchiano: sono “nave di pietra”, “crepuscolo”, “viso di marmo”». Alcuni scatti sono fatti con una Polaroid: «L’ho sempre amata, la Polaroid, queste piccole foto che si sviluppano subito… Le sto usando per catturare piccole immagini, non sempre c’è bisogno di avere grandi aperture nella fotografia». Catzaras ha riservato uno spazio di esposizione ad alcuni scatti di un giovane («È mio nipote ma l’ho scelto non perché mio parente, ma perché è bravo») che ha fatto il cammino di Santiago a piedi e in bicicletta, e ha fotografato altri soggetti: il sole, la bicicletta stessa, le nuvole, la strada, le piante di ulivo. «Credo che le persone, ora, abbiano bisogno di vedere la realtà, abbiano necessità del reale. Ne abbiamo bisogno tutti: i nostri occhi vogliono vedere la strada, la natura, l’orizzonte, il cielo, la libertà. In questo periodo così particolare, è importante essere presenti e mostrare che ci siamo, dirci che il mondo non è finito».

Tra gli artisti in esposizione, Kais Ben Farhat. Diplomato in fotografia 14 anni fa all’Accademia delle arti di Cartagine, ha già riscosso premi e riconoscimenti, ed è stato esposto in tre mostre personali a Cap Gammart nel 2011, alla Maison de l’image nel 2018, al El Teatro nel 2019. Si è formato con workshop di fotografia con artisti del calibro di Patrick Zackman, Martin Bureau, Antonin Borgeaud. «Dopo quei corsi ho deciso, nel 2016, di entrare nelle stanze del teatro e di scattare qualche foto. L’esperienza mi è piaciuta e ha innescato in me il desiderio di continuare, anche perché il pubblico sembra aver apprezzato molto. Facebook mi ha aiutato a diffondere le mie fotografie, e ciò che ho esposto qui è il risultato di due anni di lavoro». Sono immagini intense, alcune in chiaroscuro, che fermano momenti delle esibizioni, o della preparazione prima di entrare in scena. «Gli scatti riflettono anche un po’ la mia personalità, ho fatto una selezione e ho deciso di metterli in mostra, lasciando il giudizio al pubblico».

Di Rosita Ferrato


IL CORRIERE DI TUNISI | N. 210 – aprile 2021

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