Festa dell’Aid a Tunisi – Rosita Ferrato
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Festa dell’Aid a Tunisi

TUNISI – Festa dell’Aid 2019

Sabato: la vigilia
Tracce di paglia, belati ovunque, pecore trasportate su una carriola, in un carrello del supermercato, “parcheggiate” sotto un albero, accarezzate dai bimbi, spinte dagli uomini quando si intestardiscono a non camminare. A Tunisi è la vigilia dell’Aid el Kebir, detta anche Aid Ahda, cioè il “grande Aid”, la festa principale dell’anno, (per noi, equivale per importanza al Natale e per “concetto” alla Pasqua), più importante del piccolo Aid (Eid al Fitr), che i musulmani festeggiano l’ultimo giorno di Ramadan. È la vera celebrazione. È la festa del sacrificio che Ibrahim (Abramo) ha fatto a Dio (il Signore concesse ad Abramo di immolare un animale al posto del figlio Ismaele).

Aggirandosi per Bab Jdid, Bab Souika, Halfauine, i quartieri popolari, nei mercati e nelle strade, si trovano banchi con carbonelle, griglie per il barbecue, arrotini che affilano coltelli, venditori  di lame (Ne servono tante, mi spiegano: quella più lunga per sgozzare, più larga per disossare, altre per meglio tagliare le parti di carne). Nei vicoli della medina, scorci di vita: un uomo custodisce il proprio animale nel giardino, se lo guarda ammirato, lo protegge, i bambini ci giocano nel cortile. Il sacrificio si svolgerà nelle case e infatti, passando nelle vie, dalle porte chiuse arrivano forti belati.

In giro, qualche animale è ancora in vendita, sono le ultime ore. Sono pecore adulte, devono avere almeno 6 o 7 mesi; gli agnelli no, troppo piccoli, non sono permessi. C’è chi si lamenta dei prezzi, che dopo la rivoluzione sono saliti alle stelle; un esemplare adulto può costare fino a 1.000 dinari (circa 300 euro) ma, se una famiglia non può permetterselo, non è obbligatorio che lo acquisti.

I giorni prima dell’Aid, il mercato generale è già affollato di prima mattina. Chi è lì, non sta comprando per un pasto normale ma per un reggimento. Sacchi di cipolle, pomodori, prezzemolo per confezionare un piatto tipico che si farà con gli intestini del mouton. Tunisi è pronta, e così la gente dei quartieri popolari, ma oggi è il sabato della vigilia e si compra ancora. C’è chi fa scorte di tutto, perfino di sigarette, come in vista dell’apocalisse: per quattro giorni bar, caffè, negozi saranno tutti chiusi. Come pure le botteghe della medina, che vedranno passare turisti disorientati. Ai Magasins generales, i grandi magazzini, anche qui si comprano scorte e ci si fa gli auguri. Le stazioni dei treni pullulano: è tradizione che la gente torni al paese d’origine per festeggiare la ricorrenza principale dell’anno.

Il giorno prima alcuni digiunano, ma quest’anno fa molto caldo e non è obbligatorio. La sera, per chi vive nella medina, ci si addormenta con un coro di belati. Dai tetti delle case non si vede nulla, ma salgono lamenti. Alcuni raccontano che non tutti uccidono una pecora: molti ne acquistano solo la carne, come facciamo noi per la Pasqua.

Domenica: ore 5,30
Nell’aria calda della capitale, le voci alte della preghiera coprono quelle delle vittime sacrificali. È un clima surreale e affascinante, un silenzio assoluto coperto dalle voci, la vigilia di un sacrificio collettivo, qualcosa che un’italiana non può capire. È un’atmosfera calma e carica di tensione insieme: sono i momenti precedenti il rito, si sente che qualcosa sta per compiersi. Nella mattinata tanti sono in casa, a pregare, altri in moschea oppure, in alcuni quartieri come il Bardo, tanta è l’affluenza, soprattutto allo stadio.
Verso le 11 arriva il momento del sacrificio. Si sgozza l’animale. Da un articolo de La Presse si ricorda alla cittadinanza che il mouton, il giorno dell’Aid, deve essere messo in direzione della Mecca. La dhabiha, o sgozzamento, si pratica con un’incisione profonda e rapida con un coltello affilato sulla gola. Un’amica tunisina, cui ho chiesto cosa si prova a guardare negli occhi un animale morente, mi ha risposto: “Era come se il montone fosse felice di essere sacrificato a dio, triste di morire ma rassegnato e sereno”. La nostra sensibilità ci porta a ritenere queste pratiche crudeli ma, a ben vedere e al di là della religione, ciò che accade quotidianamente nelle macellerie italiane, da secoli, non è differente. Ci viene solamente sottratto alla vista.

Alcuni bambini sono felici di aver portato a casa e giocato fino a quel momento con la pecora, ma tanti piangono quando viene sacrificata. Una volta che l’animale è morto, il cuoio viene separato dalla carcassa, poi si lavano gli intestini e gli uomini portano la bestia dal macellaio, per tagliarla. Il pasto è composto da salade e miscui, carne alla griglia. All’ora di pranzo, il giorno dell’Aid, la città è deserta e silenziosa. I belati, ovviamente, non si sentono più e Tunisi è spettrale e fascinosa. La sua dimensione normalmente caotica è svanita, cristallizzata in un tempo vuoto. In giro non c’è nessuno: né persone, né automobili. Tutto deserto, tutto chiuso. La gente è in casa, in famiglia, a mangiare e fare il barbecue. Un pranzo che si prolunga: nel corso del pomeriggio si prepara l’osbene, un piatto tipico preparato con gli intestini e il prezzemolo: si cuce fino a formare una sorta di salame. La sera si mangia la kleia, palline di carne condite con salse.
La città, nel frattempo, riprende lentamente vita ma solo in parte: c’è chi esce per prendere aria, ma questo Aid non è una festa come il Ramadan, che la sera si esprime esplodendo in musica e gioia. Questa è una festa dalla dimensione spirituale e domestica.

Il lunedì è dedicato al cous cous e osbene. Martedì si mangia normalmente e si riposa: è il 13 agosto, la festa della donna. Mercoledì, il quarto giorno, tutto riprende come sempre. Fino al prossimo anno.

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