“Weldi” (caro figlio) – Rosita Ferrato
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“Weldi” (caro figlio) è la storia di un padre. Una pellicola che tratta temi di attualità come l’integralismo, il terrorismo, ma che va a toccare corde profonde nella psicologia di una famiglia tunisina come tante altre, alle prese con il lavoro, i sacrifici, lo studio, la quotidianità.

Non si penserebbe mai che un ragazzo possa decidere di partire per la Siria perché soffocato da troppo amore, perché lo si tratta come un bambino, tarpandone la voglia di prendere la propria strada in autonomia. Un padre che vive per il figlio può diventare una galera, può accendere il desiderio di scappare via, verso il pericolo, la morte, ma anche verso la vita. L’autonomia, l’essere adulto, avere il desiderio di essere uomo, finalmente.

All’Institut Francais de Tunisie il pubblico, dopo la proiezione, ha avuto la fortuna di poter discutere del film con il regista tunisino Mohamed Ben Attia: “L’ispirazione per questo soggetto è stato una testimonianza che ho ascoltato alla radio. Nel 2012 tutti parlavano di questi temi, c’erano famiglie che perdevano i figli, in Siria; abbiamo incontrato tanti genitori che stavano vivendo dei casi simili, e c’era qualcosa di inquietante, perché i profili di queste persone erano talmente diversi, e non era possibile individuare una sola causa. Il male è molto più profondo. I motivi sono molto complessi”.

La famiglia è centrale nella vicenda del film. “E’ paradossale – sottolinea Ben Attia. “Io arrivo da una famiglia dove tutto era al suo posto, molto regolata, ma questo non vuole essere un giudizio; nel cinema normalmente la famiglia è un rifugio, c’è sempre un lieto fine, ma io sono molto contraddittorio e nella società moderna non si capisce più se sia meglio finire soli e avere un equilibrio, o invece sposarsi, fare figli. È uno degli interrogativi del film, che pongo al pubblico, ma senza giudizi”.

Già dalle prime scene di “Weldi” è presente il quotidiano, la lentezza, la vita di tutti i giorni, e subito ci si chiede come possa esserci un legame fra tra i gesti di ogni giorno e un tema tanto grande come il terrorismo. “E’ strettissimo invece” sottolinea il regista. “La routine, i gesti di ogni giorno hanno uno strettissimo rapporto con l’integralismo”. L’insospettabile che nasce nello spaccato di un mondo come tanti, in una famiglia qualunque, certo soffocante ma senz’altro “normale”. E il regista ci porta e cerca di farci comprendere, almeno una storia tra le tante. E senza giudicare.

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