carcere: i numeri non sono solo numeri – Rosita Ferrato
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carcere: i numeri non sono solo numeri

Siamo abituati a snocciolare dati, a vederli nelle tabelle, a sentirli letti e ripetuti, e generalmente a non farci neppure più caso: più l’informazione si tecnicizza, più sembra che ci scivoli addosso. Un esempio? Da tempo ormai sulle testate dei giornali e nell’informazione letta nelle tv, si rincorrono i numeri del carcere: 68.527 i detenuti presenti in Italia nei 206 istituti di pena, per 44.612 posti letto regolamentari (associazione Antigone). Questo invece il dato numerico dei decessi: 100 morti in sei mesi, di cui 34 per suicidio.

C’è chi a tale proposito ha osservato che non c’è da allarmarsi: è solo l’effetto proporzionale dell’ aumento dei detenuti che ha fatto schizzare in alto il numero dei morti nel 2011:“Le condizioni di sovraffollamento, per quanto penose, non hanno un’incidenza diretta sul fenomeno dei suicidi. Dall’analisi dei dati statistici emerge, infatti, un incremento del numero dei suicidi direttamente proporzionale all’aumento della popolazione detenuta: dai 42 casi registrati nel 2008, si è passati ai 58 del 2009 ed ai 63 del 2010. Dall’inizio del 2011, i gesti suicidari sono stati 34”. Lo dichiara il ministro per i Rapporti col Parlamento Elio Vito. E allora viene da chiedersi: davvero un tale approccio ci basta di fronte ad un fenomeno che risulta sempre più ingestibile?

Forse bisogna provare a capire, a vedere più da vicino quei numeri che celano persone e storie: dei detenuti e anche delle loro famiglie all’esterno; dei lavoratori che a vario titolo esplicano le loro mansioni in carcere e sono sempre più pochi; dei volontari a cui si chiede sempre più aiuto; delle strutture inadeguate, malcostruite, maltenute; dei servizi martoriati dal calo costante delle risorse disponibili. Ecco perché parlarne serve.

Nell’ incontro “Come uscire dal sovraffollamento del carcere”, tenutosi venerdì pomeriggio e organizzato dal gruppo consiliare Comune di Torino, grazie a Roberto Tricarico, il carcere si è evidenziato come “un contenitore di marginalità, di ferite sociali, di piccole e grandi devianze”: nella definizione di Franco Corleone, garante dei detenuti del Comune di Firenze, insomma “quello che era il manicomio prima della Basaglia”. E Corleone prosegue sulle responsabilità della legge Fini Giovanardi che ha demonizzato la droga in generale, eliminando tabelle e qualsiasi differenza fra sostanze stupefacenti, e sulla pretesa che il carcere possa , peraltro con gli esigui e impropri mezzi di cui dispone, occuparsi del recupero dei tossicodipendenti, di quei pesci piccoli, di quelli che riempiono le patrie galere e destano viva preoccupazione e allarme sociale, quelli per cui si fa prima a chiuderli in galera che ad investirci per tentarne la riabilitazione e il recupero sano nella società civile. Perché è più facile trattarli come numeri, insidiosi, preoccupanti, ma pur sempre numeri…da incasellare, senza pensare alle persone che torneranno in strada, sull’autobus, al mercato,accanto a noi, ai nostri figli. E non torneranno migliori solo perché affastellati per un tot tempo in galera, il più delle volte in un ozio mortale che giorno dopo giorno corrode e incattivisce; il più delle volte in condizioni poco dignitose per una nazione civile.
Eppure ci sarebbero anche altri numeri: quelli che oggettivizzano come i detenuti che abbiano potuto affrontare la propria carcerazione in Istituti attenti al “trattamento” richiesto dalla legge penitenziaria e dalla Costituzione ( facendo corsi scolastici e varie attività utili alla crescita professionale e personale, meritandosi i permessi premiali, arrivando a percorsi esterni al carcere grazie a misure come il lavoro all’esterno o la semilibertà), sono in proporzione quelli meno recidivi, quelli che davvero sono usciti migliori. Quelli per cui davvero la sicurezza sociale è accresciuta al di là dell’abusato e vuoto concetto della certezza della condanna, ridotta al mero numero della data di scadenza della pena.
Forse più che certezza della pena, sarebbe allora da perseguire un sistema diverso, per la certezza di una pena utile.

Rosita Ferrato

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