Laboratori di arte e scrittura: così i detenuti esprimono le emozioni – Rosita Ferrato
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Laboratori di arte e scrittura: così i detenuti esprimono le emozioni

Settembre 2010 – Direttori di istituti penitenziari, educatori e volontari a confronto a Torino sul tema “Arte, espressione di sé”. Sartoris, associazione La Brezza: “Forte esigenza per i reclusi di trovare un modo, un tempo per fare emergere la propria autenticità”

TORINO – Detenuti, volontariato, arte: questi i temi di “Arte, espressione del sé”, convegno tenutosi venerdì scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia. Diversi gli interventi: direttori di istituti penitenziari, educatori, assistenti volontari sollecitati dall’associazione di volontariato “La Brezza” si sono confrontati in occasione della presentazione del libro “L’Arte bussa dentro” realizzato con il contributo della regione Piemonte. Il volume si inscrive in una scia di pubblicazioni che l’associazione ha curato senza fini di lucro, ma di testimonianza di un percorso ricco di iniziative. L’Associazione “La Brezza” infatti partendo da una vocazione di ascolto attivo dei bisogni dei detenuti, dapprima negli ospedali, poi direttamente anche negli istituti penitenziari torinesi per adulti e per minori, ha colto nel tempo, come spiega la presidente Lucia Sartoris “la forte esigenza per le persone recluse di trovare un luogo, un modo, un tempo per fare emergere la propria autenticità, al di là della inevitabile massificazione vissuta specialmente nelle grandi realtà detentive”.

Ecco nascere così i primi laboratori, dove instaurare un clima di rispetto reciproco ma anche di disponibilità a raccogliere le istanze più personali che progressivamente possono emergere nel percorso di acquisizione di tecniche pittoriche, di scrittura. “Davanti alla tela, alla carta, alla tavola di legno, l’impatto con la difficoltà tecnica significa esercitare l’autodisciplina e la buona volontà di perseguire un obiettivo – ha riassunto Maria Cristina Sidoni, ex direttore penitenziario. “Produrre un buon risultato e, gradualmente, nell’immaginare l’opera, condividere il progetto con i volontari, tentarne insieme la realizzazione, perfezionarla, si procede sempre più a definire un’immagine di sé e di quello che si vuole far percepire a chi vedrà il lavoro una volta ultimato e questo è un processo non banale: è l’acquisizione iniziale di un valore di responsabilità rispetto a un proprio prodotto, a un proprio agire nei confronti degli altri”.

Ecco quindi che da semplice intrattenimento, queste attività possono “trattare” le persone, renderle più consapevoli del loro rapporto con il contesto sociale e quindi aprire un varco di vaglio critico del proprio passato e delle proprie aspirazioni per il futuro, come sottolinea il direttore della Casa Circondariale di Torino, Pietro Buffa. Tutto ciò può accadere quando l’offerta di attività si trasformi in qualcosa di più della mera, seppur comprensibile, occasione per uscire dalla cella e occupare il tempo: è cioè necessario che la qualità degli interventi sia alta -aggiunge Elena Lombardi , direttore del Penitenziario di Asti.

Particolarmente vivace la testimonianza del personale dell’Ipm Ferrante Aporti: la direttrice, Gabriella Picco ha sottolineato la peculiare sensibilità che l’istituzione deve specialmente profondere nei confronti dei minori reclusi, spesso stranieri, con difficoltà nella comunicazione, per la lingua e per i contesti socioculturali di provenienza. L’apporto dei Comandanti di Polizia Penitenziaria degli Istituti intervenuti, degli educatori e di vari volontari che sperimentano, giorno dopo giorno, nel silenzio, una quotidianità complessa e contraddittoria come quella del carcere, ha proposto un punto di vista su questo mondo, ai più poco noto, significativo per capire quanto sia urgente il bisogno di attenzione, oltrechè di risorse.“Anche così – spiega la Anna Greco, responsabile dell’Area Trattamentale del carcere di Torino – si può iniziare un percorso che porti davvero a riallacciare quel patto sociale interrotto con il reato. In un luogo di negatività come il carcere, il bisogno di esprimersi per persone private quasi di tutto, può incontrare quello di alcuni cittadini pronti ad andare verso l’altro e tendere la mano”. (rf)

di Rosita ferrato

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