Bambini che pagano le “colpe” delle madri. Voci tristi dal carcere di Torino – Rosita Ferrato
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Bambini che pagano le “colpe” delle madri. Voci tristi dal carcere di Torino

Luglio 2010 – Dalla Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino le storie di una donna romena e una giovane nigeriana, costrette in cella con i propri bambini. “Spesso mio figlio si avvicina al cancello e mi chiede di uscire…”

TORINO – L’aria è calda nella sezione femminile della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. Il termometro ha raggiunto i 34 gradi e non si respira. Le due mamme arrivano da paesi differenti, ma hanno lo stesso sguardo. Sono giovani entrambe, una ha con sé il proprio bambino, l’altra è scesa, nella saletta dove abbiamo il colloquio, da sola.
Una è romena, l’altra nigeriana. La ragazza dell’est ha in braccio il suo bimbo, che come un gatto cerca tutto il tempo di divincolarsi. Dicono che per un piccolo di quell’età crescere in un ambiente come il carcere gli pregiudicherà tutta la vita. Nel “nido”, gli ambienti vogliono essere meno duri, più aperti, meno simili a un carcere, ma tanti elementi portano a non farlo credere: la mancanza di figure maschili, la costante restrizione, la vista delle sbarre, l’ambiente innaturale e angusto.

“Lui è nato in carcere, ha un anno e mezzo”, racconta la mamma romena, indicando il suo bambino. La donna ha 34 anni, fuori ha altre tre figlie di 14, 12 e 7 anni. Racconta che la vita quotidiana lì è dura: i bimbi vanno all’asilo, sono portati all’esterno da assistenti volontari, “altrimenti con l’aria di 2 ore al giorno non si possono divertire”. La loro giornata è routine: si svegliano, fanno colazione, la doccia, vengono vestiti e vanno fuori, al parco, nei giardini, tornano alla mezza, mangiano e dormono, alle tre vanno all’aria poi in sala giochi, le mamme stanno con loro, alle otto la cena.
Chiediamo alle madri se possono partecipare alle attività della casa circondariale: “Possono lavorare, ma qui a Torino no. A Roma ci sono puericultrici che tengono i piccoli e le mamme lavorano. Qua, per noi, non c’è niente” .

Il carcere, dicono tutte, non è un posto adatto ai bambini: non c’è spazio, è tutto in ferro. “Letti in ferro dove sbattono. Si vedono chiusi, si sentono chiusi. In Romania non c’è un carcere per bambini, si va agli arresti, o si va in una comunità, il piccolo rimane in custodia dal papà. Per i bambini le leggi sono diverse: comunque non entrano in carcere”.
Le suore e i volontari sono un grande aiuto per le mamme: portano fuori i piccoli, li fanno giocare. Ma non è sufficiente.

La ragazza nigeriana ha 29 anni, lo sguardo triste e angosciato. Anche la voce è trascinata, il suo italiano misto all’inglese rivela il suo smarrimento. Il suo bambino ha 8 mesi, è in carcere da maggio: è entrato con lei. Non le piace il posto. In Nigeria non mettono in carcere i bambini, racconta, o meglio non si finisce in carcere per il reato da lei commesso, “documenti” , dice.
“Voglio andare a casa, non mi piace qua. Mio figlio non mangia bene: solo pasta e focaccina. Sempre stesso tipo di frutta. Non ho fatto niente di male per stare qua”. “Quando l’agente chiude la cella, la sera, mio figlio dice “no, no, no”. Questo non va bene, non mi piace. Non è che scappo se non chiudi la cella, ma le regole sono regole”.

Che è dura si vede: e che i figli paghino per i peccati delle loro madri, sembra a tutti evidente. È un fardello pesante… “Spesso mio figlio si avvicina al cancello – interviene ancora la giovane rumena – e mi chiede di uscire: il mattino è più agitato, quando vede la porta chiusa vuole andar via. Non è facile per lui, perché già sa che starà chiuso. Penso che sentano: i bambini lo sanno, anche quando vengono a fare i colloqui sanno che poi devono rientrare… Mio figlio magari rimane con il trauma per tutta le vita se vede un poliziotto. Cresce col trauma. I piccoli pagano per noi: abbiamo sbagliato noi, non loro. Non devono essere qua; un conto è chi fa bambini per andare a rubare, un conto è chi sbaglia e può darsi che non sbaglia più”.

di Rosita ferrato

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