Nel lager di Lampedusa – Rosita Ferrato
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Nel lager di Lampedusa

Giugno 2010 – Nel centro di identificazione ed espulsione.
Costretti a vivere nel degrado più totale. Maltrattati, insultati, picchiati. I malati non sono curati. L’isola si ribella, ma il governo persiste.
Lampedusa – “Si gira per il cortile tutto il giorno, qui non c’è nient’altro da fare”. Ahmed ha solo 22 anni, ma ne dimostra tanti tanti di più. Per le rughe marcate sulla fronte, per il fisico possente, per quelle mani enormi e per quell’aria da uomo saggio e responsabile. Ha un fratello in Francia, che lo aspetta e spera un giorno di vederlo arrivare: spera nel ricongiungimento familiare, ma senza la nazionalità francese, le chance di riavere Ahmed sono poche.
“Qui non ci danno neanche il ricambio della biancheria e delle calze, e le scarpe non si chiudono” – e mostra un 46 di piede, che esce per metà da una calzatura, che è un misto fra una babbuccia e una scarpa da ginnastica. “Qui per giorni non ci danno neanche il ricambio della biancheria e (scusami se parlo di queste cose) neanche gli slip. E ogni giorno mangiamo pasta. Maccheroni (dice in italiano), a volte a pranzo e cena. Sempre solo quello e pane. Niente frutta e verdura”.
E infatti qui la gente si ammala. Quella gente guardata a vista dalle forze dell’ordine, da soldati che dall’alto li sorvegliano tutto il giorno. Sono tanti, troppi. Ogni tanto la polizia viene a cacciarli fuori a gruppi di centinaia, ma quelli che rimangono sono sempre troppi. Sono ammucchiati in camere luride, con lenzuola che puzzano; i loro asciugamani e la loro biancheria sono stese su fili che pendono dal soffitto. Immondizia, malattie, pidocchi.

La storia di AHmed
Le voci che si alzano contro i metodi usati al centro sono sempre forti: “Ci picchiano, a volte anche con le pietre. Ci insultano, come se ‘musulmano’ fosse una parolaccia”. “Il personale ci mette dei tranquillanti nel cibo”. “I malati non vengono curati in modo adeguato”. Non hanno assistenza legale, non conoscono le leggi e i loro diritti. Non hanno un giornale da leggere, una radio o una tele da ascoltare, sono tagliati fuori dal mondo.
“In Tunisia non avevo un lavoro fisso – racconta Ahmed – facevo l’operaio edile, ma lavoravo per pochi soldi, e neanche tutti i giorni. Adesso vorrei tanto tornare a casa. “Bella Tunisi, ci sei mai stata?”. Sorride Ahmed, ha denti bianchi perfetti. È stato trattenuto nel centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa per più di un mese e adesso potrebbe essere in un altro Cpt nel continente, ancora in contrada Imbriacola, o essere già ritornato, volente o nolente, nella sua amata Tunisi. Come tanti altri, è rimasto incastrato nel meccanismo del nuovo centro e come tanti forse non conosce ancora il suo destino. Nelle baracche di contrada Imbriacola ha visto la sporcizia, la malattia, la violenza e il fuoco. Ha visto altri uomini, suoi compagni, andare via senza sapere dove li avrebbero portati e se sarebbero mai tornati.

Vivere nel degrado
Al centro si sta così: si cammina, si prega, si fuma, si spera che non sia una giornata di violenza ma neanche una giornata come quella appena passata.“Le persone trattenute lì dentro vivono fuori dal tempo, in una situazione sospesa – ha dichiarato Vittorio Agnoletto, europarlamentare e medico, dopo avere visitato la struttura il 13 febbraio scorso – hanno un passato da cui fuggono e dove temono di precipitare peggio di prima”. “Oltretutto con i debiti contratti attraverso il viaggio, che probabilmente non saranno pagati, vivono una situazione di totale dubbio, di precarietà, che in un contesto simile non è gestibile psicologicamente. Lo stress principale è l’assoluta incertezza di un futuro e quindi l’impossibilità di gestire il tempo in cui sono trattenuti lì come tempo per elaborare l’esperienza e poter pensare a un futuro e proiettarsi in avanti”.
Impossibile pensare positivamente, in un simile degrado. Prima che andasse letteralmente in fumo, la parte centrale del Cie dove erano ospitati i tunisini era sporca, ma nessuna ala fa eccezione. La gente mangia nelle camerate perché non esiste una mensa, né tavoli, né sedie. In una stanzona (cucina? Sala mensa?), ci si mette in fila per ricevere il proprio sacchetto: dentro pietanze sigillate in involucri di plastica, piatti e posate in plastica, una pagnotta.
Nelle baracche del centro si sta in tanti in camere per pochi, in letti a castello tutti uguali, e quando non c’è più spazio ci si rifugia negli angoli, sotto i letti, persino all’aperto, nel sottoscala. La rabbia fa vivere come bestie, e degrado chiama degrado. Nessuno pulisce (in verità, neanche gli “ospiti”) e tutto viene gettato per terra: gli avanzi dei pasti, i piatti di plastica, le bottiglie d’acqua, distribuite senza tappo. Tutto viene gettato per terra o in sacconi neri, poi abbandonati ovunque. C’è immondizia nei corridoi, nei bagni (con porte aperte per motivi di sicurezza), con scarichi intasati, con l’acqua che scorre dappertutto in rivoli puzzolenti. Le lenzuola sono luride e alle finestre dai vetri rotti sono appoggiati materassi in gomma piuma, perché il vento gelido di Lampedusa non entri ancora di più nelle ossa.

Una situazione grave
Alcune delle persone chiuse nel Cie (soprattutto tunisini e marocchini) stanno gran parte del giorno a letto: sono malati. Alcuni potrebbero avere malattie contagiose. Altri sono arrivati sani e adesso non lo sono più, altri hanno aggravato le loro condizioni stando in un ambiente malsano. “La situazione è preoccupante. Molte persone hanno delle forme di dermatiti, alcune, che potrebbero risultare contagiose, vanno tenute assolutamente sotto controllo – ha dichiarato Vittorio Agnoletto dopo la visita del centro – con le condizioni che abbiamo visto, con i bagni allagati, il cibo e la plastica in terra ovunque, scarichi che non funzionano, il rischio di infezioni e di patologie a trasmissione oro fecale o di epatite A, in futuro ci potrebbero anche essere”. “Inoltre, alcuni migranti hanno delle manifestazioni dermatologiche, come ad esempio delle perdite di capelli improvvise, che si possono verificare per due concause: o per una situazione di stress prolungato sul piano psicologico, oppure per una mancanza di vitamine e malnutrizione. Nella situazione del centro possono essere entrambe”. Alcuni “ospiti” invece sono reduci da operazioni chirurgiche, e avrebbero la necessità di essere tenuti sotto controllo e non rimanere in un ambiente con condizioni igieniche e umanitarie totalmente disastrose. Per non parlare di episodi molto gravi e pericolosi di autolesionismo: “Ad esempio il caso di due ragazzi che si sono iniettati delle feci nel polpaccio con una siringa: uno ha avuto una discussione con un poliziotto e racconta di essere stato picchiato. L’altro ha compiuto un atto autolesionista che può produrre un meccanismo infettivo che si può diffondere in tutto il corpo; quando l’ho visto aveva invece semplicemente una benda attorno alla gamba”.
In sintesi, ha concluso Agnoletto: “Si tratta di agire immediatamente: o si interviene in modo preventivo o la situazione attuale, se affrontata fra quattro mesi, in pieno giugno, con il caldo, rischia di precipitare”.

Un’isola militarizzata
Una situazione che preoccupa anche gli abitanti di Lampedusa. Un centro di Identificazione ed Espulsione con tutte quelle persone (e per tutto quel tempo) significa compromettere il turismo e il futuro dell’isola. Lampedusa è già oggi un luogo totalmente militarizzato, e lo si nota ancor prima di arrivarci: sul piccolo aereo che da Palermo porta in mezzo al Mediterraneo, ci sono quasi sempre gruppi di poliziotti, mentre sulla terra ferma, oltre ad un caos di macchine dei privati, passano solo camionette: veicoli di polizia, carabinieri, guardia di finanza.
È uno scoglio italiano all’altezza della Tunisia, dove la gente è esasperata: dalle “novità” e da problemi pregressi. Su una popolazione di circa 6 mila persone, esclusi migranti e forze dell’ordine, le tasse sono più alte che in Italia, si spende 5-6 mila euro per far nascere un figlio, non c’è una rete fognaria adeguata, i depuratori funzionano male, le strutture sanitarie sono inadeguate, e mancano, tra le altre cose, una biblioteca, un centro Inps, una sala chirurgica per le emergenze, e una compagnia di traghetti decorosa.
“La soluzione? La guerra civile – racconta un ragazzo di Sos Pelagie – non vogliamo il nuovo centro. E non perché abbiamo un atteggiamento ostile verso gli stranieri, anzi, quando possiamo li ospitiamo nelle case. È che se aprono il centro, anche se in parte li rimpatriano, ce ne saranno sempre tanti in più. E noi come facciamo?”. Lampedusa non ha piano regolatore, non ha pedoni, quasi quasi non ha neanche marciapiedi: girano tutti in macchina o in moto, senza cinture e senza casco. Pensare che ha una superficie così piccola, che la si può girare tutta a piedi in pochi minuti. Ci sono cani randagi, e sulla piazza principale, nei giorni di maltempo, si affollano uomini che quella giornata non lavoreranno. “Se fanno un centro non viviamo più – racconta uno di loro – già ora, sull’isola, ci sono troppi poliziotti. In spiaggia, d’estate, il 50% sono sbirri. Perché Maroni non viene qua a vedere? Così ci rovinano. E questi che arrivano, fanno 10 figli alla volta, hanno 3 o 4 mogli. L’isola ha 6 mila abitanti: se ne arrivano 3 mila e ognuno è accompagnato da 2 poliziotti, capisce cosa succede? Ci faranno fuori tutti”.
Striscioni, slogan: “Lampedusa, dalle stelle alle stalle”, “Le isole Pelagie sprovviste di centro Tac risonanza magnetica” e ancora: “Pacchetto vacanze ’09: camera vista mare, gita in barca con avvistamento clandestini, visita guidata al Cpt, e la sera birra con un amico africano”. Nei ristoranti e nei bar, la gente non ha altri argomenti di discussione. “Se le nostre barche finiscono disgraziatamente nelle acque territoriali tunisine, ci mettono in galera senza tanti complimenti” – racconta un pescatore – invece quando loro sbarcano qui…”. Ma guai a chiamarli “sbarchi”: “Come se arrivassero direttamente in spiaggia! Questa è cattiva informazione, che rovina il turismo. Li andiamo a prendere a casa loro, a 60 o 70 miglia dalla costa”. Ma c’è chi dalla spiaggia li ha visti. Un ragazzo dell’associazione mostra alcune foto fatte con i migranti, con quelli che erano fuggiti dal centro durante lo sciopero dei locali. Li hanno accolti nella “tenda” e li hanno nutriti abbondantemente. “Altro che maccheroni (l‘unico cibo che danno loro nel centro) – racconta il ragazzo – non smettevano più di mangiare”.

di Rosita ferrato

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