Malate nel corpo e nell’anima: gli incubi delle africane vittime di tratta – Rosita Ferrato
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Malate nel corpo e nell’anima: gli incubi delle africane vittime di tratta

Luglio 2009 – Tremori, deliri, ossessioni, allucinazioni, sensazioni di oggetti che si muovono nel corpo: sono i disturbi più frequenti delle ragazze arrivate dalla Nigeria costrette dalle madame. Per curarle non solo psicoterapia, ma anche talismani.

TORINO – Negli incubi delle donne vittime di tratta ricorre spesso l’acqua. Le profondità del mare che hanno attraversato, le divinità non sempre benevole che hanno lasciato a casa. E’ un’acqua che appare nei sogni o che scorre loro sotto la pelle, nel corpo. Le donne nigeriane arrivate da noi con i loro fantasmi hanno spesso dai 25 ai 30 anni e soffrono nel corpo e nella psiche: di tremori, mal di testa, senso di superiorità accompagnata ad aggressività (verso gli altri e verso se stesse), deliri, ansia, panico, ossessioni, allucinazioni; sensazioni di calore, di oggetti che si muovono nel corpo, che non sanno definire, ma che a volte sono mostri orribili. Se ne è parlato questa mattina al convengo “Il disagio psichico delle vittime di tratta Africa/Nigeria: riti di possessione, percorso migratorio e difficoltà di integrazione”, presentato dalla regione Piemonte, Sportello giuridico Inti, Gruppo Abele.

Hope è una giovane nigeriana: perde la famiglia durante una guerriglia interna. Attraverso il Niger e la Libia e 4 giorni su un barcone, arriva a Lampedusa. Il viaggio le provoca un trauma: nell’acqua vede le divinità del suo paese e cani rabbiosi che cercano di morderla. A Lampedusa viene inserita in una comunità per minori per un percorso di autonomia, e subito iniziano i suoi disturbi: confusione, mal di testa, “occhi che girano”, attacchi d’ansia. È il “problema africano” dice Hope; nel sonno vede la madame e ha incubi terribili. La giovane, racconta Lisa Giustacchini dell’associazione “Lotta contro l’emarginazione”, che ha raccolto questa testimonianza, verrà curata con la psicoterapia, un paio d’occhiali e degli amuleti, talismani da portare con sé e accompagnarla, anche nel sonno.

Mary invece è del 1980, i suoi genitori muoiono di Aids. Arriva in Italia e si prostituisce. Tenta un percorso di recupero, ma spesso fugge, perseguitata dal fantasma della Madame. Soffre di ossessioni, come visite notturne di persone del suo passato, disorientamento e paure (rispetto ai luoghi e alle sue connazionali), di ansia, confusione, panico, allucinazioni. Anche lei sogna l’acqua. Mary, dopo diversi ricoveri ospedalieri in psichiatria, viene rimpatriata. In Nigeria sta meglio.

“Depauperamento culturale” – ha sottolineato Francesco Remotti, docente di Antropologia all’Università di Torino – Culture estirpate da secoli di dominazioni, dalla schiavitù, dal colonialismo. Culture che rispondevano a obiettivi ed esigenze che non si potevano calpestare, cioè costruire una vita, formare degli individui, produrre consapevolezza”. Un’Africa privata delle sue specificità: ad esempio i riti, talvolta dolorosi, di iniziazione, dove il giovane veniva allontanato dal villaggio, affinchè prendesse coscienza della società, e si formasse uno spirito critico. “Missionari e antropologi non hanno colto questa profondità. In Africa, arrivano invece religioni che vogliono essere universali, come l’islam o il cristianesimo”, che uniformano, livellano. E poi il capitalismo, a distruggere, per la sua stessa struttura, qualsiasi altro stile di vita” e allora la ricchezza non è più la relazione, la rete sociale, come nella tradizione, ma un’aspirazione, un miraggio, per cui i giovani diventano disposti a tutto.

Non solo: ricchezza economica e stregoneria diventano un binomio: “La proliferazione della stregoneria è connessa alla modernità. La stregoneria si manifesta con il rancore, l’invidia di chi emerge economicamente e avrà potere malefico. Le ricchezze prodotte in modo occulto suscitano nella collettività l’idea che ci sia qualcosa di incontrollabile, di diabolico”. E coniugando l’idea cristiana del male con il diavolo, il cerchio si chiude.

di Rosita ferrato

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