Lampedusa: ”qui come Guantanamo, la polizia ci picchia con le pietre” – Rosita Ferrato
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Lampedusa: ”qui come Guantanamo, la polizia ci picchia con le pietre”

Febbraio 2008 – Reportage della visita dell’Arci al Cie. Gli immigrati urlano: “Libertà, libertà”. Si sentono in prigione: vivono tra la sporcizia, l’unico telefono a gettoni è rotto, si lamentano che nessuno li curi.

LAMPEDUSA – Vetri rotti, materassi alle finestre per ripararsi dal freddo che in questi giorni è pungente, camerate di 12 che contengono anche 34 persone. A entrare nel Cie – Centro di identificazione e espulsione – di Lampedusa senti subito puzza di orina, vedi bagni e docce rotti, immondizia ovunque. Gli uomini sono ammassati gli uni sugli altri, sono divisi per provenienza, quelli del Marocco all’ingresso del centro, più all”interno marocchini e tunisini. Quando entriamo un gruppo di loro sta pregando nel cortile mentre altri, vedendo la delegazione dell’Arci, iniziano a urlare ‘’Libertà libertà’’. Una delle poche parole che sanno in italiano. Più d’uno pronuncia la parola ‘’Guantanamo’’. Si sfogano: ‘’La polizia è cattiva, ci insulta, ci chiamano sporchi musulmani, ci picchiano, anche con delle pietre. Nelle camerate strette e affollate giacciono alcuni malati in stanze dove i materassi sono messi anche sul pavimento. Alcuni mostrano delle ferite: tagli da autolesionismo, dermatiti da stress e ferite di altro tipo. C’è che dice che il medico non li cura, che mettono pastiglie nel cibo per non renderli violenti.

Abdul è dentro al Cie da Natale, come molti altri. Mi mostra alcuni che avrebbero bisogno di operazioni, mi mostra il suo compagno di stanza che, dice, ‘’è matto, canta e urla tutta la notte”. “Ci curano con le aspirine o non ci curano affatto”, dicono. I locali sono affollatissimi, sono uno sull’altro, 200 in più della capienza. Vogliono sapere le leggi, avere un avvocato, sapere quando usciranno. Dicono che gli fanno firmare dei fogli che non capiscono, e per questo stamattina c’è stata una ‘rivolta’ piccola e subito sedata, che però ha esasperato gli animi. Si lamentano che non possono comunicare con l’esterno, sapere cosa succede nel mondo, guardare la tv o leggere un giornale. Anche l’unico telefono a gettoni è rotto. “Siamo in Italia per lavorare”, dicono. Alcuni insultano il ministro Maroni e il governo e raccontano storie belle di mogli in Francia e di padri malati in patria.

di Rosita ferrato

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