“Black taxi”. L’attività dei “cabu cabu” a Torino – Rosita Ferrato
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“Black taxi”. L’attività dei “cabu cabu” a Torino

Giugno 2008 – Sono una sessantina e stanno fuori dalle macchine, le chiavi in mano. Se non sei bianco e passi loro davanti ti chiedono se devi andare da qualche parte, ti offrono una tariffa e cominciano a trattare. Non hanno licenza né patente.

TORINO – Stanno fuori dalle macchine, appoggiati al muro, le chiavi in mano. Sono all’angolo di un corso, che taglia uno dei mercati più grandi della città. Se non sei bianco e passi loro davanti ti chiedono se devi andare da qualche parte, ti offrono una tariffa, e cominciano a mercanteggiare. Si chiamano ‘’cabu cabu’’, sono tassisti africani, con patente del loro paese (non valida per l’Italia), e senza licenza. Arrivano soprattutto dalla Nigeria, dal Senegal, dal Ghana. Una volta accompagnavano le prostitute al loro posto di lavoro (il parco della Pellerina, chi è di Torino lo sa), oggi non lo fanno più, o almeno non lo dicono. Portano in giro le persone, le accompagnano ad un appuntamento (quando è importante ed è richiesta la puntualità), vanno a prendere chi arriva alla stazione dei treni, aiutano chi si trasferisce da una città all’altra, accompagnano le donne (e gli uomini) dal mercato a casa.

Sono una sessantina a Torino, molti sono in Italia da tanti anni. C’è chi non ha documenti e deve campare, chi vuole un lavoro autonomo (e ovviamente esentasse) chi può solo spostarsi con una macchina. “Sono in Italia da due anni – racconta un giovane africano – non ho i documenti, così ho deciso di fare il taxista per mantenermi”. Un altro proviene dal Senegal, ha i documenti francesi e dice di aver scelto quel mestiere perché non gli andava di lavorare sotto padrone.

“Il mio paese è il Ghana, ma sono in Europa da 40 anni – racconta un uomo sulla sessantina – non posso camminare, quindi ho scelto questo lavoro per mantenermi. Non ho moglie né figli”. E neanche la macchina, e infatti la affitta ogni mese. Un altro ragazzo proviene dalla Nigeria: ha 28 anni e i documenti spagnoli: è arrivato in Europa attraverso il Mar Rosso e ha la patente nigeriana. “È un lavoro come un altro – dice – così riesco a mandare i soldi a casa”.

Alcuni ‘’cabu cabu’’ in patria erano tassisti, altri meccanici, altri falegnami, studenti, commercianti. La loro corsa costa meno di quella “legale” ed è preferita da molti (ma solo africani: la loro attività ai torinesi è totalmente preclusa ed invisibile). “Mi piace prendere i cabu cabu – racconta una ragazza di colore – Li preferisco ai tassì italiani. Gli autisti sono più gentili e comprensivi (sympathetic). Quando ho delle borse della spesa, ad esempio, loro ti aiutano a portarle fino a casa. I tassisti italiani non lo fanno, e inoltre sono molto più cari”.

di Rosita Ferrato

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