Il giocatore patologico è maschio e vittima del ”pensiero magico” – Rosita Ferrato
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Il giocatore patologico è maschio e vittima del ”pensiero magico”

Le donne compensano un vuoto esistenziale, gli uomini sfidano la vita, ma il giocatore patologico è maschio. E tra i 40 e i 50 insegue il “colpo grosso” che cambia la vita. L’esperienza dell’ambulatorio di Torino.

TORINO – Uomini e donne, in età adulta: le donne giocano per compensare un vuoto esistenziale, gli uomini per senso di sfida o di rivalsa verso una vita poco soddisfacente. Il giocatore d’azzardo patologico però è soprattutto uomo fra i 40 e i 50 anni. Perché? “Sicuramente è una problematica che coinvolge anche i giovani, ma questi arrivano meno ai nostri servizi, anche perché non riconoscono subito il loro problema. – risponde Luciana Pelloni, responsabile dell’Ambulatorio Gioco d’Azzardo Patologico, servizio “Dipendenza da sostanze legali e da Dipendenza” di Torino. “I giovani che giocano d’azzardo, alle macchinette, ecc. sono persone innamorate di questo loro comportamento, ne traggono soddisfazione, non lo sentono come un problema. Da noi arrivano di più le persone di una certa età che hanno già accumulato delle conseguenze negative, dei danni, ad esempio la compromissione dei rapporti familiari, coniugali, economici, debiti da cui non riescono più a risollevarsi. Lavoro compromesso. Insomma, quando i danni sono già conclamati, allora si arriva all’ammissione di questi aspetti”. “Quella è la fascia di età che ha già accumulato un capitale da sperperare nel gioco – aggiunge Laura Paleari psicologa e psicoterapeuta del Centro- il giovane non ce l’ha, mentre ha spesso una co-dipendenza ad una sostanza. La casistica che arriva a noi è sollecitata spesso dai familiari”

E anche le donne giocano. “Le donne sono meno presenti, in generale – afferma Pelloni – hanno una modalità di consumo più nascosta, come succede per l’alcol. Sono poche quelle che arrivano al servizio, anche per aspetti di ordine sociale e culturale. La donna che beve o che gioca aspetta che il marito sia al lavoro e di avere a disposizione del tempo per sè, per non rendere conto agli altri familiari, e poi si reca alla ricevitoria del lotto, piuttosto che al bar per le slot”. La donna che gioca è in genere sola, senza più famiglia o single, separata o ancora da sposare, con un vissuto forte di solitudine, del tempo da riempire, un non riconoscimento da parte della società. Il gioco diventa allora una compensazione rispetto a tematiche legate ai disturbi dell’umore (depressione, ecc.) o strutture di personalità dipendenti (la dipendenza che si attiva per esempio rispetto ad un compagno, viene dirottata sull’attività di gioco). Nell’uomo invece c’è più il piacere della sfida, della rivalsa nei confronti della vita, l’eccitazione e il riscatto, laddove c’è un sentimento di fallimento, magari di precariato o una sensazione lavorativa non soddisfacente.

Tra i 40 e i 50 si accende poi il “pensiero magico”, “quel meccanismo per cui si cercano modi per realizzasi, e immediatamente: fare il “colpo grosso” che mette a posto con la vita – aggiunge Roberto Fiorini, educatore dell’Ambulatorio- riqualifica agli occhi degli altri. I giovani invece giocano più per il divertimento”. Tra i giocatori, anche i pensionati, ma in misura minore: sia perché hanno risorse economiche limitate che per il fatto che è difficile si rivolgano ai servizi.

In generale, la dipendenza da gioco è relativa al comportamento: non c’è una sostanza che agisce sull’organismo in maniera diretta e provoca danni eclatanti e subito riscontrabili. È un comportamento, e questo pone delle difficoltà al riconoscimento. È difficile per una persona ammettere che è malata di gioco: molti pensano di poterne venir fuori con la sola buona volontà. “In realtà non è facile uscirne da soli – afferma Pelloni – perché non c’è più quella dimensione di divertimento e di spensieratezza, e non c’è più il dominio della situazione, del tempo e del denaro. C’è solo un pensiero che si autoalimenta e diventa compulsivo e pervasivo”. “Chi arriva a chiedere aiuto – aggiunge Paleari – arriva quando la patologia è conclamata e ciò che evidenzia il crollo è la devastazione sociale, economica e relazionale”.

di Rosita Ferrato

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