La convivenza possibile, la storia di T. calderaio jugoslavo – Rosita Ferrato
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La convivenza possibile, la storia di T. calderaio jugoslavo

Maggio 2008 – E’ arrivato a Torino nel ’69 e dopo qualche anno di vita nel campo ha ottenuto la casa popolare. I suoi 11 figli hanno studiato e lavorano come sua moglie. “Ho tanti amici fra di voi”.

TORINO – T. abita alle case popolari di via Primule. Ha circa 60 anni e una famiglia numerosa. Lavora i metalli e vende un po’ di merce al mercato, i suoi figli sono adulti, lavorano onestamente e sono in regola con i documenti. T. e la sua famiglia abitano nel quartiere delle Vallette, in una delle case popolari dell”Atc. Da anni vivono lì, e ora in qualche modo hanno fatto pace con il quartiere, ma gli inizi non sono stati facili: “Quando gli italiani residenti in quel palazzo hanno saputo che eravamo zingari, hanno iniziato tutti a protestare, dicendo che non ci volevano. Qualsiasi cosa succedesse, una carta per terra o l’immondizia versata in strada, davano la colpa a noi e mandavano le foto all’Atc; se i bambini parlavano un po’ forte o facevano chiasso, protestavano sempre”.

T., calderaio, racconta ancora: “Sono arrivato dalla Jugoslavia nel ’69, dopo qualche anno mi hanno dato la casa popolare, prima stavo al campo. I miei figli hanno studiato, ne ho 11: 4 educatori, 1 elettrotecnico. Mia moglie anche lavora. Per tanti anni sono andato d’accordo con gli italiani, ho tanti amici fra di voi, tanti compari. Mai avuto discussioni”. Dalla casa passa alla politica: “Mi dispiace per il popolo italiano, perché adesso sono arrivati tanti problemi, oggi manca il lavoro”. Anche T. si rifà ad Auschwitz e se la prende con il governo, con Mussolini e sua nipote Alessandra: “Non si ricorda, quella signora, di quanti milioni di innocenti sono stati uccisi, quanti orfani sono rimasti nell’ultima guerra?”. Questi politici stanno rovinando l’Italia, racconta, e non sono in linea con l’Unione Europea. Poi una provocazione: “Cosa succederebbe se si facessero tornare in Italia tutti quei vostri migranti che nel novecento hanno lasciato il paese? Non sanno più la lingua, non riconoscerebbero più l’Italia come loro patria. Per gli zingari è lo stesso”.

di Rosita Ferrato

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