Dopo 40 anni in Italia, ancora ”apolidi” – Rosita Ferrato
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Dopo 40 anni in Italia, ancora ”apolidi”

Maggio 2008 – Nel campo rom di strada Aeroporto a Torino convivono musulmani e ortodossi, serbi e croati, bosniaci: “Sono i rumeni, gli albanesi, i marocchini che delinquono: noi non spacciamo, non uccidiamo, non facciamo male a nessuno”

TORINO – Un pomeriggio al campo rom di strada Aeroporto; è un giorno di pioggia. Uscendo dalla statale inizia una strada stretta, con ai lati mucchi di vestiti ed elettrodomestici rotti. In fondo alla strada ti vengono incontro dei bambini, a chiederti chi sei. Guardano dentro la macchina, sorridono. Arrivi nel campo, file di roulotte e case. Ti accolgono rom balcanici, in Italia da 40 anni, con un numero spropositato di figli e nipoti “Noi siamo contro l’aborto – dicono ridendo. Convivono qui musulmani e ortodossi, serbi e croati, bosniaci, non si fanno la guerra: però se provano a tornare in patria capita che li ammazzino perché disertori. Ti accolgono perché oggi è la festa dei rom, c”è l’incontro tra nomadi e gagi (come chiamano noi italiani), parlano e raccontano le loro storie. Offrono tè e caffè, carne alla brace, con tanta cipolla. La casa è calda, accogliente, ha una grande cucina e un enorme televisore al plasma. ”Sono qui dal ’69 – racconta una donna, mostrando il suo primo permesso di soggiorno – una vita. Lavoro come mediatrice e mio marito è nell’edilizia. Siamo sempre stati bene qui, oggi invece il clima è cambiato, gli italiani ci considerano diversamente”. “Noi viviamo di elemosina – le fa eco un’altra donna – non facciamo male a nessuno. Sono i rumeni, gli albanesi, i marocchini che delinquono: noi non spacciamo, non uccidiamo, non facciamo male a nessuno”.

Vogliono che gli italiani capiscano. I temi: lavoro, casa, documenti. Le difficoltà di trovare un impiego, per il pregiudizio: tutti, raccontano, lavoriamo in nero, ma così non possiamo metterci in regola. E allora niente casa, né permesso di soggiorno, è un circolo vizioso. E a proposito di pregiudizi: è vero che sono ladri di bambini? “Ma non vede quanti ne facciamo?” racconta un uomo, nonno a 39 anni, con 10 figli e un 2 nipoti, “cosa ce ne facciamo di altri?”. Ed è vero che non volete mandare i bimbi a scuola per mandarli a lavorare? “Macchè – dice Dragan, un ragazzo col pizzetto con una moglie bionda rumena di 28 anni, 6 bimbi, più uno in arrivo – per i nostri figli vogliamo un futuro migliore del nostro. Che non facciano solo le scuole dell’obbligo, ma che possano continuare a studiare e avere il futuro che desiderano”.

Tengono molto a che non si confonda fra nomadi “balcanici” e rom rumeni: gli ultimi arrivati hanno creato tanti problemi, “Noi siamo qui da tanti anni e non abbiamo mai fatto male. Hanno fatto venire in Italia i rumeni per avere voti, ma loro hanno il loro governo che li tutela, noi non abbiamo nessuno”. “Non discriminiamo altri zingari– dice un uomo – prostituzione, armi, droga, saremmo ricchi facessimo queste cose. Qui al campo abbiamo il nostro codice: non accettiamo che si vendano i bambini, non accettiamo la prostituzione o che si venda droga o armi. Per questo con i rumeni che delinquono non andiamo d’accordo”.

Livio invece intaglia il legno e lavora il rame, abita alle case popolari. “La sera dobbiamo mandare a dormire i bambini quando ci sono le trasmissioni sui rom – raccontano – perché ci rimangono male. “Non ci sentiamo rappresentati – racconta un uomo sulla quarantina, di professione idraulico, che abita nelle case dell’Atc – se i nostri diritti non vengono difesi non abbiamo possibilità di essere inseriti nel contesto sociale ed economico. Dopo 40 anni in Italia sono ancora “apolide”, inoltre ci sono associazioni che lucrano su tante questioni, perché sanno che i rom sono analfabeti”. “Non siamo riconosciuti come minoranza, oggi come popolazione minoritaria rischiamo di scomparire. Nel 1975 ci hanno offerto di avere uno stato nostro, ma abbiamo rifiutato; noi siamo pacifici, non abbiamo mai fatto guerra a nessuno, ma non siamo riconosciuti come minoranza. Siamo umiliati e calpestati nella nostra cultura”. “Noi siamo nomadi: c’è il rom, il sinto ma noi siamo nomadi: e non siamo razzisti con nessuno”.

di Rosita Ferrato

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